Utopia e perdono: la testimonianza di Agnese Moro

La figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse alla tavola rotonda del Centro Hurtado (Gregoriana), nei 500 anni della pubblicazione di Tommaso Moro

La figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse alla tavola rotonda del Centro Hurtado (Gregoriana), nei 500 anni della pubblicazione di Tommaso Moro

Quanto è utopico il perdono, soprattutto alla luce di una vicenda come quella di Aldo Moro? E quanto è compatibile con la giustizia? A questa domanda ha risposto la figlia dello statista, Agnese, al termine di una tavola rotonda promossa dal Centro Fede e Cultura Alberto Hurtado della Pontificia Università Gregoriana ieri, martedì 29 novembre, su “La realtà dell’utopia oggi”, a 500 anni dalla pubblicazione della celebre opera di Tommaso Moro. «Quello del perdono è un tema scivoloso – ha esordito la sociopsicologa -. Fa bene soprattutto a chi lo dà perché implica la decisione di mettersi le cose dietro le spalle e aprire una porta che altrimenti resterebbe chiusa. E con il perdono in fondo si raggiunge un po’ di giustizia. Incontrare l’altro, chi ti ha fatto del male, sentire le sue ragioni, guardarlo negli occhi, scoprire che non sono mostri, implica la decisione di dire basta, di lasciarsi il passato dietro di noi e non più dentro o davanti a noi».

Agnese Moro ha parlato anche della sua esperienza che l’ha portata a incontrare alcuni dei brigatisti coinvolti nel rapimento e nell’omicidio di suo padre. «Da quella esperienza di dialogo – ha raccontato – un anno fa è nato un libro. Pensavamo che non interessasse a nessuno. E invece ci hanno chiamato a presentarlo in tanti posti e c’è sempre molta gente. Perché c’è un grandissimo interesse per la riconciliazione. Ci sono tanti conflitti, che quando finiscono lasciano solo macerie destinate a generare ulteriori conflitti se non se ne rimuovono le cause. Il fatto che alle presentazioni le sale siano sempre piene significa che c’è il desiderio di trovare una soluzione».

All’incontro hanno partecipato anche Stefano Biancu, docente di Filosofia morale alla Lumsa, e Giuseppe Bonfrate, che insegna Teologia dogmatica alla Gregoriana. Secondo Agnese Moro, l’opera di Tommaso Moro contiene «alcune cose di profondissima attualità, temi terribilmente scottanti, come ad esempio la denuncia dei difetti dei governanti che potremmo ritrovare nella nostra classe dirigente: il non interessarsi del bene comune, della verità, l’accettare un consiglio spassionato. Il filo conduttore di Utopia è la domanda sulla giustizia: se sia possibile vivere in un mondo giusto. Ma c’è anche l’aspetto della pena: è utile una pena crudele per scoraggiare la ripetizione del reato? E ancora, il rapporto tra criminalità e povertà: si può combattere l’una senza cercare di eliminare l’altra? Dopo 500 anni ancora non abbiamo trovato una risposta».

Non è mancata qualche critica: «In fondo trovo Utopia un po’ grigia, un po’ sovietica, un non luogo dove non esistono sentimenti. Noi invece siamo fatti di varietà, di differenze. Lì erano tutti uguali, sotto sotto era un mondo violento, dove ad esempio c’era la schiavitù: un po’ contraddittorio pensando a un mondo giusto… Però il grande merito di Moro sta nell’aver coniato un termine che ipotizza mondi diversi da quello esistente». Infine un monito: «Il Novecento è stato il secolo delle utopie e non necessariamente positive. Pensiamo al comunismo e al nazismo. Ma nella seconda metà si è fatta largo un’altra utopia, almeno io la vivo così, quella della persona, che sta al centro della vita politica, giuridica, sociale: ciò per cui vale la pena spendersi». Concludendo, Agnese Moro ha sottolineato l’importanza di saper trasmettere alle nuove generazioni i “sogni”  rappresentati dalle utopie, sulla scia di Tommaso Moro che «ci dice dai, pensiamo qualcosa di diverso».

30 novembre 2016