Violenze in Colombia: 26 i morti. I vescovi: «Aprire canali di dialogo»

Manifestazioni in corso da una settimana, atti di vandalismo e relative repressioni. L’arcidiocesi di Cali denuncia spari sulla sua delegazione e sul personale Onu

Le vittime accertate sono 26 ma il bilancio pare destinato a salire. Non si fermano, in Colombia, le manifestazioni in corso ormai da una settimana, accompagnate da atti di vandalismo e dalle relative repressioni. Al punto che anche l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet è intervenuto, rivolgendo un appello alla calma, «data la situazione estremamente tesa, con soldati e agenti mobilitati per vigilare sulla protesta». Lo ha pronunciato ieri, 4 maggio, ricordando alle autorità dello Stato «la loro responsabilità di proteggere i diritti umani, incluso il diritto alla vita, e la sicurezza personale, oltre che di facilitare l’esercizio del diritto alla libertà di riunione pacifica».

Bachelet ha ricordato, ancora, che «gli agenti incaricati di far applicare la legge devono rispettare il principio di legalità, precauzione, necessità e proporzionalità» e che «le armi da fuoco possono essere utilizzate solo come ultima risorsa di fronte a un’imminente minaccia di morte o lesione grave». Esattamente il contrario di quello che sta accadendo nel Paese. È il caso di Cali, dove nel quartiere popolare di Siloé  tra il 3 e il 4 maggio «si è vissuta una notte di terrore – afferma da Bogotá l’esperto di diritti umani Cristiano Morsolin -. Tre giovani afro sono stati uccisi, ci sono stati anche 20 feriti. Gas lacrimogeni sono stati usati anche contro bambine. Addirittura, nonostante le smentite del ministro della Difesa Molano, ci sono dei video che documentano gli spari a una delegazione dell’Onu che cercava di portare ambulanze e assistenza umanitaria nelle zone di conflitto della città».

Lo ha denunciato la stessa arcidiocesi, attraverso il vescovo Dario Monsalve, che ha rilanciato alla stampa nazionale l’appello al dialogo già affidato, nei giorni scorsi, all’Agenzia Sir. «Il Centro democratico di Uribe sta chiedendo l’attivazione dello stato d’eccezione – prosegue Morsolin -, anche per poter dispiegare l’esercito, visto che i sindaci di Bogotá e Medellín hanno rifiutato l’intervento dell’Esercito nazionale», consentito però da questa notte dalla prima cittadina della Capitale. I carri armati di nuova generazione dell’Esercito «hanno invece fatto la loro comparsa a Cucuta e Barranquilla».

Nella serata di ieri, intanto, è arrivata anche la nota della Conferenza episcopale colombiana (Cec), con un forte appello ad «aprire canali per il dialogo sociale», insieme al fermo no alla violenza che «non porta soluzioni», da qualsiasi parte provenga, e al sì invece al diritto di manifestare. I vescovi riconoscono quindi le protesto come diritto e possibilità per ottenere cambiamenti sociali ma, avvertono, devono svolgersi nel rispetto dei diritti umani. «Respingiamo risolutamente, qualunque sia la loro origine, violazioni dei diritti umani, atti vandalici, blocchi alla mobilità e all’approvvigionamento alimentare, sparizioni di persone, attacchi contro l’integrità fisica di qualsiasi persona, danni causati alla proprietà pubblica e privata», scrivono. Ed esprimono tutto il dolore della Chiesa per i morti, i feriti e gli ammalati che non hanno potuto contare su adeguata assistenza medica, anche a motivo degli scontri in atto e dei relativi blocchi stradali.

«La violenza, il vandalismo, gli attacchi, l’abuso della forza e il caos sociale non risolvono nulla, poiché portano solo sofferenza e morte, soprattutto ai più poveri, oltre a delegittimare e rendere discutibile ogni protesta sociale», ribadiscono i presuli, lanciando un appello «urgente e clamoroso» a fermare questi atti di violenza e morte che vengono promossi: «È tempo di intraprendere insieme il compito di generare un modello di sviluppo umano globale». Anzitutto aprendo i canali al dialogo sociale, come chiede insistentemente Papa Francesco.
«Insistiamo sull’imperativo di avanzare verso la riconciliazione nazionale e verso la pace, con la partecipazione e gli sforzi di tutti i cittadini, senza perdere di vista che si tratta di un cammino arduo che richiede coraggio e perseveranza», si legge ancora nel documento.  In quest’ottica, i vescovi hanno convocato per venerdì 7 maggio, primo venerdì del mese, dedicato al Sacro Cuore di Gesù, una giornata di preghiera in tutte le parrocchie per la pace nel Paese.

5 maggio 2021