25 aprile, il cammino dell’Italia dalla Liberazione alla libertà

L’evento online organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah nel giorno dell’anniversario. Lia Levi: «Quel 4 giugno 1945, quando a Roma ci svegliammo americani»

Il profumo della primavera inoltrata e la freschezza degli spruzzi d’acqua sul viso. A queste semplici esperienze sensoriali Lia Levi associa il «sapore vero della libertà». La scrittrice, appartenente ad una famiglia di religione ebraica, aveva quasi 14 anni «quando quel 4 giugno del 1945 a Roma ci svegliammo americani, mentre la sera prima ci eravamo addormentati tedeschi». Intervenendo ieri mattina all’evento online “25 aprile. Le liberazioni”, organizzato dalla Fondazione Museo della Shoah proprio nel giorno dell’anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, Levi ha spiegato come essere liberati «per me, che ero poco più che una bambina, significò poter fare, finalmente senza avere paura, delle cose semplici come mettersi in fila alla fontanella per prendere l’acqua».

Attingendo direttamente ai ricordi vergati a mano in un diario dalla madre, la scrittrice ha ripercorso gli anni di nascondimento, sotto falso nome, nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry, nel quartiere Casaletto. «Le suore accolsero me e le mie sorelle nell’educandato – ha raccontato – mentre mamma viveva in un pensionato adiacente alla nostra struttura. Papà non venne accettato e lo vedevamo a volte la sera, quando veniva a trovarci». Più di tutto, Levi ricorda il silenzio delle ore antecedenti la liberazione, «perché mancava ogni forma di collegamento e di energia e quindi non c’erano né radio né telefoni funzionanti». Quindi, ricorda con chiarezza «il primo gesto compiuto da mia madre quando capimmo che eravamo davvero liberi – sono le parole della testimone diretta -: cominciò a presentarsi alle altre persone che erano lì rifugiate come noi e che formavano un microcosmo che aveva dovuto rinnegare la propria identità, scandendo liberamente il suo nome e rivelando il suo essere ebrea». Sulla strada per ritornare verso casa, «lungo la quale incontrammo i primi tricolori che sventolavano – ha detto ancora -, si poteva finalmente camminare a testa alta e a viso scoperto, perché il brutto era finito e ci era dato di cominciare una nuova vita».

Se diversi furono i tempi e i modi in cui avvenne «la liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca e dal collaborazionismo fascista, con il Sud libero già dall’autunno del 1943, il Centro della penisola vittima di una violenza terribile ma senza l’esperienza dell’insurrezione e il Nord costretto a vivere un altro inverno di guerra e l’epurazione selvaggia dell’estate del 1945 – ha spiegato la storica della Resistenza Isabella Insolvibile -, per tutti fu sicuramente una tappa di arrivo ma anche un punto di ripartenza. Lungo è infatti il percorso che conduce dalla liberazione alla libertà, che arriverà solo con la democrazia, in generale, ma che per alcune regioni, come quelle del meridione, significò liberarsi ad esempio via via della povertà e della fame». Più di tutto, sul piano personale e psicologico «si trattò di mettere in discussione quanto fatto durante la guerra, l’atteggiamento e la posizione assunti – ha puntualizzato l’esperta -, chiedendosi se si avessero delle responsabilità, affrontando anche un’eventuale propria parte di colpa».

Da parte sua, Amedeo Osti Guerrazzi, storico del Fascismo, ha ricordato la data del 26 aprile del 1945 per dire «della violenza che fu perpetrata fino alla fine dai tedeschi». In Piemonte i nazisti stavano ormai abbandonando la regione poiché «la guerra era praticamente finita – ha ricostruito -. Tuttavia, gli uomini della Brigata nera di Cuneo, rimasti ormai soli, senza un motivo apparente, se non quello del più puro odio, trassero dal carcere alcuni prigionieri, antifascisti ed ebrei, e li fucilano sotto un cavalcavia ferroviario. Questo è stato il 25 aprile dei fascisti, questa è stata la loro risposta all’ansia di libertà del popolo italiano: la morte e la vendetta, vendetta per essere stati sconfitti, rifiutati dalla storia».

Ad aprire il webinar era stato Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, sottolineando «l’importanza di questa data non solo per quello che ha significato in passato ma anche per quello che ci ricorda oggi ossia il valore della libertà, che viene meno ogni volta che si cerca di omologare le idee o i fatti, annullando così una coscienza civile». Ancora, Venezia, mettendo in luce «la ricchezza del raccontare e del ricordare», laddove «passare il testimone non è soltanto un lavarsi le mani, delegando ad altri, ma è, piuttosto, vivere insieme un momento formativo», ha presentato il progetto “Radici future”, promosso dalla Fondazione e rivolto a 15 giovani volontari «che saranno un domani delle guide nel nostro museo».

26 aprile 2021