Don Penazzi e la scelta della periferia
A 40 anni dalla morte, la tavola rotonda a Fidene con il presidente Cei Zuppi. L’esperienza della comunità di via San Gimignano, il doposcuola e la scuola serale
Dal tratto somatico del «sorriso caldo» sempre presente sul suo volto alla «radicalità» nel vivere «l’affettuosità e la fraternità». È riprendendo e richiamando le caratteristiche proprie di don Antonio Penazzi, facendo così una sintesi della sua figura «senza compiere un’operazione nostalgia ma con senso di responsabilità», che il presidente della Cei Matteo Zuppi ieri sera, 22 ottobre, ha tratto le conclusioni della tavola rotonda organizzata a 40 anni esatti dalla morte del sacerdote per rinnovarne la testimonianza di fede e l’impegno civile a favore del bene comune.
L’evento – che ha avuto per tema “Attualità e valore di una testimonianza di fede e di servizio in una periferia della Capitale” ed è stato aperto dai saluti istituzionali del presidente del municipio III Paolo Marchionne e della dirigente scolastica Francesca Velardi – si è svolto nel biblio-point dell’Istituto comprensivo Fidenae al termine di una giornata celebrativa dedicata a don Penazzi che ha previsto anche, nel pomeriggio, una cerimonia di commemorazione in prossimità della piazza di Fidene a lui intitolata e la Messa nella parrocchia di Santa Felicita e Figli martiri presieduta dal vescovo Daniele Salera, ausiliare per il settore Nord.
Ad aprire l’incontro, le voci e i racconti di chi con don Penazzi ha vissuto a stretto contatto o per averlo avuto come docente di religione cattolica al Liceo Giulio Cesare, nel quartiere Trieste, o come parroco a Fidene. «Le lezioni che ci dà don Antonio e che sono emerse dall’ascolto delle vostre testimonianze – ha detto Zuppi – non sono cambiate ma è cambiata la società; l’individualismo ha così vinto che oggi va riscoperto come le comunità non sono solo quelle su WhatsApp ma anche quelle concrete, perché sul senso di comunità e sulla comunione siamo carenti». Il cardinale ha guardato così in particolar modo all’esperienza della comunità di via San Gimignano, basata sulla condivisione abitativa di più famiglie, a cui don Penazzi diede vita a partire dal 1971 quando – originario di Sant’Agata sul Santerno, in provincia di Ravenna, ma incardinato nel 1970 nella diocesi di Roma dove si era trasferito nel 1951 per completare gli studi teologici – insieme ad alcune famiglie di amici si stabilì nella Borgata Fidene, allora ai margini estremi della città, sulla Salaria.

«Oggi abbiamo un Papa che ci parla di periferia e noi però non ci andiamo perché ognuno vive al centro ed è autocentrato – ha osservato Zuppi, riconoscendo l’impegno concreto di don Penazzi -. Quello che viveva lui era la vera sinodalità: il dare responsabilità ai suoi studenti e ai giovani, con l’impegno nel doposcuola o con la scuola serale per adulti, ad esempio, o vivendo con le famiglie, che non voleva fossero chiuse in loro stesse perché se si chiudono, le famiglie scoppiano». Ancora, il porporato ha sottolineato «la poca volontà di apparire di don Antonio in rapporto invece a un certo protagonismo odierno che troppo spesso equivale a uno scarso impegno e al fare poco nel concreto». Da ultimo, il valore del «sacramento dell’amicizia e del parlare con tutti, senza la distinzione tra la dimensione laica e quella spirituale» perché su questo «c’era in lui una “santa confusione” – ha messo in luce ancora Zuppi -: per lui una cosa portava all’altra».
E sono state tante le voci dei laici che con don Penazzi hanno collaborato per dare risposte concrete a quella periferia che aveva scelto. Anna, una delle giovani di allora, ha evidenziato come «don Antonio davvero respirava il sudore e la fatica degli altri», mentre Carmela ha parlato di «un vero e proprio progetto di reinterpretazione del concetto di fraternità in un mondo che cambiava velocemente». Ancora, il racconto di Mariella, una delle volontarie del doposcuola voluto da don Antonio «tra il 1972 e il 1974, quando in Italia c’era un grande dibattito sulla scuola pubblica e il diritto allo studio, e che fu un successo perché nella borgata rispondeva a un’esigenza molto sentita dalle famiglie per l’accompagnamento all’istruzione dei figli mentre per noi fu una significativa esperienza di vita per costruire un mondo più equo e solidale».
Paolo, allora universitario, ha ricordato quanto sia stata altrettanto importante «la scuola serale per gli adulti, che fu prima di tutto una scuola di educazione alla cittadinanza», e Pietro Brusco, attuale presidente del Comitato di quartiere di Fidene, ha messo in luce il ruolo di don Antonio quale promotore di questa realtà cittadina affinché «le persone avessero risposte concrete dall’amministrazione, che appariva lontanissima». Ha guardato all’attualità della figura di don Penazzi anche Miguel Gotor, assessore alla Cultura di Roma Capitale e storico, riconoscendo il valore del suo intervento a favore «dell’inclusione e del recupero della marginalità, senza paternalismi ma con il tentativo di provare a cambiare le cose dall’interno e dal basso».
23 ottobre 2024

