Suor Geneviève: «Ognuno di noi può fare qualcosa per la pace»

La religiosa delle Piccole Sorelle di Gesù intervenuta all’Incontro meditativo interreligioso dedicato al Medio Oriente. Il teologo islamico Al Zegri: si dimentica che «non è la guerra che è santa bensì la pace»

Sono «gesti semplici» ma che «dimostrano che sappiamo essere amici», quelli che servono per «lavorare per la pace». L’invito a cominciare dal nostro quotidiano, «perché noi non andremo a Gaza» ma «la pace comincia già amando quelli che sono gli ultimi», è arrivato da suor Geneviève Jeanningros, delle Piccole Sorelle di Gesù, intervenuta ieri sera, 8 giugno, all’Incontro meditativo interreligioso per la pace in Medio Oriente, nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, a due passi da piazza Venezia. Un appuntamento promosso dalla Comunità di vita cristiana di Roma

«Ognuno di noi può fare qualcosa per la pace – ha ribadito la religiosa, nota per la sua dedizione alle comunità marginalizzate, in particolare i giostrai del Luna Park di Ostia -: io ho vissuto per aiutare i più fragili 55 anni. Non è facile ma è bello vivere così, accanto a chi ha più bisogno». Anche per il teologo islamico Hamdan Al Zegri si può e si deve «agire localmente pensando però al globale, per difendere la dignità umana», seguendo «la strada dell’amore». Citando «il mio amico don Ciotti», Al Zegri ha osservato come «davanti alle immagini allucinanti che vediamo di tanti stermini nel XXI secolo, quando corriamo per il progresso economico, ci commuoviamo ma non ci muoviamo». Invece, ha continuato il teologo, che è anche consigliere del direttivo nazionale dell’Unione delle comunità Islamiche d’Italia, «dobbiamo sporcarci le mani per custodire la dignità umana», divenendo «agenti di pace» e dando così sostanza «agli ideali e ai valori contenuti nella Costituzione del nostro Paese, che viene considerata un modello di democrazia».

Per Al Zegri, ancora, «guerre e conflitti non sono purtroppo una novità», ma sembra che venga dimenticato che «non è la guerra che è santa bensì la pace» e anche che «la memoria è un tesoro» a cui attingere affinché «quello che è già accaduto non si ripeta». Allora è necessario che «chi vuole contrastare il male» sostenga «chi lavora per aprire spazi di dialogo come le Corti internazionali di giustizia, Amnesty international e tutti coloro che ritengono che il governo di Israele, in questo momento in cui il male è davvero troppo, non è così diverso da Hamas». A dirlo con forza è stata Maria Bonafede, pastora della Chiesa evangelica valdese, che in riferimento al conflitto palestinese ha parlato di «una guerra piena di odio che è davanti agli occhi di tutto il mondo» e da «illuminare con le parole e la domanda del salmo 121: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?”».

Nelle parole della pastora, è importante «stare in un tempo di silenzio e di vuoto per cogliere il senso e il valore della risposta del salmista, per cui l’aiuto viene solo dal Signore»; infatti «spesso la vita ci pone domande che rischiano di rimanere aperte, specie di fronte allo sconcerto che viene dal vedere l’umanità capace di uccidere la vita umana», ha riflettuto Bonafede. Per «contrastare il male e l’orrore – sono ancora le parole della pastora – occorre alzare gli occhi e lo sguardo, non tenendoli quindi bassi» e cioè non restando indifferenti. Pure per la storica ebrea Anna Foa «questa tragedia inenarrabile, che se non è un genocidio è comunque un terribile crimine contro l’umanità, sta capitando sotto i nostri occhi» ed è dunque impossibile non «unire tutte le nostre forze», credendo «nella spinta verso il riconoscimento dell’umanità, al di là delle differenze religiose». Foa ha sostenuto poi che «bisogna fare di tutto e tutto il mondo deve suscitare una reazione a questa terribile strage in cui il governo di Netanyahu ha trascinato Israele». Per la storica, «ciascuno di noi deve impegnarsi per spiegare quello che sta succedendo, dando senso alle parole, utilizzandole bene e non in maniera propagandistica».

A moderare gli interventi è stato padre Massimo Nevola, superiore della comunità dei Gesuiti di Sant’Ignazio, che ha offerto anche una riflessione finale, osservando come «questa sera abbiamo vissuto davvero la Pentecoste ascoltando voci diverse e mettendoci in preghiera». Il religioso ha inoltre sottolineato come «se siamo qui è perché abbiamo a cuore la situazione di Gaza, di fronte alla quale non possiamo restare inerti e passivi»; dunque «anche se la preghiera non sempre risolve le cose, è importante per la forza interiore che dona», ha concluso.

9 giugno 2025