Eraldo Affinati si racconta, tra diverse “paternità”

Presentato a Roma “Nella palude del padre”: «Non un’invenzione romanzesca ma un vero e proprio lavoro di ricomposizione». A partire dalla «rimozione del nome» che ha segnato la sua storia

Più di 65 anni fa, un bambino e suo padre, mano nella mano, attraversavano piazza Vittorio, a Roma, dirigendosi dal porticato verso il cancello dei giardini. Questa istantanea impressa nella memoria visiva ed emotiva di Eraldo Affinati, scrittore, insegnante, fondatore della scuola di italiano per migranti Penny Wirton e critico letterario di RomaSette, sintetizza il senso profondo di “Nella palude del padre”, l’ultima opera dell’autore.

Edito da Feltrinelli, il libro, un memoir, è stato presentato ieri sera, 15 settembre, giorno d’uscita, alla libreria indipendente Eli di viale Somalia. Quel «gesto di amorosa sollecitudine» che faceva «respingere qualsiasi timore» è per Affinati «una traccia indelebile» riemersa proprio passeggiando tanti anni dopo nello stesso punto della città. Quel gesto normale e naturale di chi tiene per mano un bambino è divenuto fonte di riflessione, di indagine e di elaborazione di una mancanza, di un vuoto esistenziale che ha caratterizzato la vita del padre e orientato di conseguenza quella dell’autore. Affinati è infatti figlio di due genitori entrambi orfani e, in particolare, di un padre, Fortunato, non riconosciuto dal genitore biologico, insieme con la sorella Alberta. Quando nel 1930 la madre Elisa muore a soli 36 anni, lascia i 2 bambini senza protezione né sostegno.

Sulle loro vite, le cui vicende si intrecciano con la storia dell’Italia del Novecento – sono gli anni del fascismo, della Resistenza, delle speranze del dopoguerra -, Affinati compie «un’indagine e una ricerca negli archivi delle anagrafi» per fare ordine e dare un nome, in qualche modo, a «quella origine oscura di cui fin da bambino ho sentito il peso», ha spiegato, rielaborando quello che i genitori «hanno rimosso, lasciando e affidando un compito irrisolto a me e mio fratello: quello della rimozione del nome». Affinati porta infatti il cognome della nonna paterna e su questo «mancato riconoscimento» si fonda per lui, come conseguenza «di un padre cresciuto solo, perduto», la sua ricerca e propensione ad andare verso «chi manca di un riferimento, come tanti dei miei studenti: l’orfano, il vagabondo, il ripetente, il ragazzo perso» che, non a caso, «trovano in me una presenza “giuseppina”, una sorta di paternità putativa», così come in loro «tante volte io ritrovo mio padre», realizzando così, tanto nell’attività di insegnante quanto nella scrittura, «un percorso di speranza, di risarcimento e di giustizia».

Da qui, la considerazione di Affinati su quanto per lui in prima persona e nella sua attività di istruzione e formazione «la letteratura, le storie e i personaggi siano salvezza» laddove, da ragazzo, «mi sono creato una famiglia estetica ideale leggendo Fenoglio, Verga, Manzoni, Tolstoj», quasi per dare voce a quei silenzi familiari, quelli di chi non vuole ricordare un passato troppo doloroso, «sbrogliando, anche con dolore, un groviglio che doveva essere sciolto». A quella attitudine a rimanere «in chiusura, quasi a protezione di un dolore mai elaborato», Affinati ha contrapposto una vita fatta di «andare incontro agli altri, spendendo tutto quello che hai e che sei» perché «solo se condividi le cose puoi comprenderle».

In conclusione, Affinati ha spiegato come leggendo i 50 capitoli del suo libro, ciascuno di 5mila battute, si compia «una discesa nei luoghi oscuri ma anche una risalita verso la salvezza» perché, alla fine, «il cerchio si chiude e il broncio di mio padre» nella foto in bianco e nera e sgualcita che ha avviato le ricerche dell’autore e, di seguito, la narrazione, è come compensato «dal mio sorriso mentre in una foto più recente di un viaggio in Gambia tengo in braccio un bambino che porta il mio nome e cognome». E in quel tenere tra le braccia una identità nuova e risolta, Affinati tiene insieme i pezzi di una storia che «non è un’invenzione romanzesca – ha concluso – ma un vero e proprio lavoro di ricomposizione, mediante il racconto di risonanze diverse di paternità».

16 settembre 2026