Ragionare sull’invidia, consapevolezza della propria debolezza
Riflessioni a partire da una lettera di Petrarca all’amico Boccaccio. Occasione per opporre qualche elemento di umanità all’attuale senso di smarrimento
Abbiamo parlato in classe dell’invidia. L’abbiamo fatto leggendo una lettera del 1359 di Petrarca all’amico Boccaccio, nella quale il poeta tenta di difendersi dall’accusa di altri di provare invidia se non odio per Dante e la sua opera. La lettera è bella, mette in dialogo i tre grandi del nostro Medioevo, soprattutto permette di aprire un confronto in classe sul più innominabile dei vizi capitali, quello che porta in dote il peso che pochi di noi sanno sopportare: l’invidia, ovvero l’ammettere a noi stessi di essere invidiosi. Eh sì, perché il discorso che davvero conta sull’invidia non può essere quello spesso narcisistico della denuncia dell’invidia dell’altro ma ovviamente quello sull’invidia da noi stessi provata, patita, rimossa, quasi mai, se non con grande sforzo e pesantezza, accettata.
In questo senso la lettera è splendida, perché nella costruzione dell’argomentazione si percepisce la fatica di Petrarca, il quale per altro non nomina mai direttamente Dante e, nel momento stesso in cui rigetta l’accusa, comunica al lettore anche con le virgole tutta la scomodità di una posizione del genere, «perché ammettiamolo – ci siamo detti in classe – avere a che fare con la propria invidia significa mettere a nudo e nel modo più rischioso e indifeso la propria debolezza, il proprio senso di inadeguatezza, la propria percezione del fallimento».
Che il tema avesse colto nel segno me lo avevano comunicato il silenzio e l’attenzione di tutti ma ancora di più certi sguardi quando ho detto che nessuno di loro avrebbe avuto il coraggio, e non l’avrei mai chiesto, di dichiarare davanti a tutti quale fosse nel dettaglio e nel modo più circoscritto possibile l’invidia profonda provata, per chi e per cosa, e non in un tempo generico ma in quello presente e reale della loro vita. Va da sé, ho aggiunto, che pure io mentre parlavo avevo in mente, nel dettaglio e con tutto il disagio del caso, l’invidia profonda che covavo in quel momento, il per chi e il come, e che anche io me ne sarei ben guardato dal poterlo svelare senza un forte senso di imbarazzo. Ma ci siamo infine detti che proprio in quell’imbarazzo c’è il tesoro di quella pagina di Petrarca. Abbiamo convenuto che ragionare sull’invidia, anzitutto la propria, risulta essere un grande e salutare esercizio di presa di coscienza della propria debolezza.
Si è invidiosi, certo semplificando un po’ il discorso, proprio per il senso di inadeguatezza provato per ciò che siamo e ciò che vorremmo o dovremmo essere, secondo noi e secondo gli altri; si è invidiosi in definitiva perché si è fragili. Prenderne coscienza, avere a che fare con questa radicale e intima debolezza, farla propria, pensarla pietra angolare anziché di scarto, è stato per me e per loro opportunità di riflessione, direi di liberazione; per quanto mi riguarda – ma questo me lo sono tenuto dentro – anche occasione imprevista per opporre un qualche e circoscritto elemento di umanità al senso di smarrimento, al silenzio attonito che pervade noi tutti a fronte di un mondo che in queste ore pare essere davvero un atomo opaco del male.
9 marzo 2022

