A 40 anni dal terremoto in Irpinia, il «pensiero speciale» di Francesco

L’omaggio alle vittime da parte del presidente Mattarella, che ricorda: «Tutto il Paese seppe unirsi». Le parole di Casellati e Fico e la nota di Caritas italiana

Papa Francesco ha voluto ricordare con «un pensiero speciale alle popolazioni della Campania e della Basilicata» i 40 anni dal terremoto che ha devastato l’Irpinia, la Basilicata e parte della Puglia il 23 novembre 1980. Al termine dell’Angelus di ieri, 22 novembre, ha fatto memoria di «quell’evento drammatico, le cui ferite anche materiali non sono ancora del tutto rimarginate», che però «ha evidenziato la generosità e la solidarietà degli italiani – ha sottolineato il pontefice -. Ne sono testimonianza tanti gemellaggi tra i paesi terremotati e quelli del nord e del centro, i cui legami ancora sussistono». Queste iniziative «hanno favorito il faticoso cammino della ricostruzione e, soprattutto, la fraternità tra le diverse comunità della Penisola».

Di «profonda ferita alle popolazioni e ai territori» parla anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio diffuso questa mattina, 23 novembre. «Quasi tremila persone morirono sotto le macerie delle proprie case, o in conseguenza delle distruzioni di edifici. Tante vite non poterono essere salvate per le difficoltà e i ritardi nei soccorsi – ricorda il capo dello Stato -, il numero dei senzatetto si contò in centinaia di migliaia: sofferenze, disperazione, sacrifici che si sono prolungati per anni nel percorso di ricostruzione». Mattarella lo definisce «il più catastrofico evento della storia repubblicana» e ricorda anzitutto le vittime, «e con esse il dolore inestinguibile dei familiari, ai quali esprimo i miei sentimenti di vicinanza». Ma alla «memoria civile» dell’Italia, prosegue, appartiene «anche il senso di comunità che consentì allora di reagire, di affrontare la drammatica emergenza, e quindi di riedificare borghi, paesi, centri abitati, e con essi le reti di comunicazione, le attività produttive, i servizi, le scuole». La Repubblica, ricorda il presidente, «venne scossa da quel terremoto che aveva colpito aree interne e in parte isolate del nostro Paese ma tutto il Paese seppe unirsi e, come è accaduto in altri momenti difficili, l’impegno comune divenne la leva più forte per superare gli ostacoli».

Nell’analisi di Mattarella, «le istituzioni democratiche trassero lezione dalle fragilità emerse: dopo quel 23 novembre 1980 nacque la Protezione civile italiana, divenuta nel tempo struttura preziosa in un Paese così esposto al rischio sismico e vanto per professionalità e capacità organizzative». Oggi, prosegue, «città allora colpite, e paesi allora distrutti, hanno ripreso vita», grazie a un’opera di ricostruzione che «ha mobilitato energie, in un percorso non privo di problemi e contraddizioni, con insediamenti divenuti parte di una rete economica e sociale di rilevante importanza per il Mezzogiorno e l’intero Paese». Il capo dello Stato non nasconde che «permangono irrisolte antiche questioni, come il deficit occupazionale e l’emigrazione, le insuperate sofferenze delle aree interne», denuncia. Oggi, conclude, «lo sviluppo sostenibile, sfida accentuata dalla attuale crisi sanitaria, quarant’anni dopo il sisma, richiama la necessità di un analogo impegno comune che sappia utilizzare in maniera adeguata risorse finanziarie e progettuali destinate alla ripartenza dopo la pandemia».

Indirizzato in modo particolare alla comunità di Balvano – dove per la pandemia non si terrà la prevista commemorazione delle 77 persone, tra cui 66 bambini e adolescenti, che 40 anni fa persero la vita nel crollo della chiesa di Santa Maria Assunta – il messaggio della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. «Questo anniversario – scrive – è un appuntamento con la memoria che nessuna pandemia può farci mancare. È un’occasione per rinnovare sentimenti di vicinanza ai familiari delle tante vittime innocenti del terribile sisma che il 23 novembre del 1980 ha colpito l’Irpinia e il Sud Italia». Per Casellati, la ricorrenza «deve anche rappresentare un’esortazione a non darsi mai per sconfitti persino nei momenti più bui e dolorosi», esorta, rendendo omaggio alla «forza di una comunità unita che con pazienza, sacrificio e impegno ha mantenuto viva la speranza e la fiducia nel futuro. Una speranza che, come istituzioni, abbiamo il dovere di non deludere, con interventi e investimenti concreti per rendere più agevoli le ricostruzioni dei territori colpiti dai terremoti o da altre catastrofi ambientali, ma anche per mettere in sicurezza case, città e infrastrutture pubbliche. Perché nell’Italia che riparte dopo la pandemia – conclude – non ci siano più altre tragedie come quella di Balvano, ponti che crollano o morti per frane, terremoti o alluvioni».

Dal presidente della Camera dei deputati Roberto Fico l’esortazione forte a «intraprendere la strada della prevenzione e della sostenibilità ambientale, della tutela e della rigenerazione», che definisce «una priorità assoluta». L’Italia, ricorda, «ha rivissuto più volte da allora il dramma della distruzione e della devastazione che la forza di un terremoto può provocare. E in ogni occasione sono emerse carenze infrastrutturali e tutta la fragilità del nostro territorio che non siamo ancora stati in grado di mettere in sicurezza». Per il presidente della Camera, «misure come il sisma-bonus assumono un valore strategico che va al di là del suo impatto economico. Serve investire ora, come indicato dal Parlamento nei suoi atti di indirizzo in vista dell’elaborazione del Piano per la ripresa e la resilienza».

A ricordare il sisma anche Caritas italiana, che in una nota diffusa questa mattina fa memoria delle vittime e dei danni: circa 3mila morti, 9mila feriti, 300mila senza tetto, 280 Comuni danneggiati, 36 paesi rasi al suolo e molte diocesi coinvolte. «A quaranta anni di distanza – si legge nel testo – sono ancora aperte le crepe di quel minuto e 20 secondi che ha seminato morte e distruzione ma che nel contempo ha generato una straordinaria solidarietà e consentito alla Caritas di consolidare un nuovo modello di intervento». Il modello: la «positiva esperienza» sperimentata in occasione del terremoto del Friuli, che convinse Caritas italiana a riproporre «il metodo dei gemellaggi tra le diocesi italiane e le parrocchie terremotate come strumento principale di prossimità e accompagnamento alle comunità colpite, allo scopo di assicurare sostegno morale e materiale per tutto il tempo dell’emergenza acuta e della ricostruzione», ricordano. 132 le diocesi che aderirono alla proposta di gemellaggio, «con il fondamentale apporto di volontari e obiettori di coscienza». Una «esperienza storica di presenza e di scambio fra Nord, Centro e Sud Italia – la definiscono da Caritas italiana -, destinata a ripetersi, quantomeno in ambito ecclesiale, in occasione delle catastrofi collettive nei decenni successivi. Una presenza che diventò forte stimolo: per la Chiesa italiana a proseguire nell’opera di solidarietà con le popolazioni colpite; per le istituzioni a impegnarsi fattivamente nella ricostruzione e nella prevenzione».

Un «segno tangibile di quella “fraternità aperta” che Papa Francesco richiama nell’enciclica Fratelli tutti» ma anche «un segno di speranza, uno stile di presenza, rapporto umano, comunione ecclesiale, condivisione delle difficoltà – si legge ancora nella nota Caritas -. Un invito a immergersi nelle sofferenze e nei problemi di ogni comunità e di ogni persona, difendendone con coraggio i valori, la dignità e i diritti, per ripartire insieme». Invito valido ancora di più oggi, «nell’emergenza della pandemia che ha colpito non soltanto le singole persone e le loro famiglie ma tutte le comunità, da Nord a Sud, a partire dai luoghi di aggregazione. Cogliamo allora questo tempo di prova come un’opportunità – è l’esortazione – . Per ribadire e testimoniare concretamente che senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno».

23 novembre 2020