A Torre Maura la rivolta contro 70 rom

La protesta violenta fino a tarda notte. Il parroco di Nostra Signora del Suffragio don Querickiol: «Scardinare la percezione dell'altro come nemico». Il vescovo Palmieri: «Riflettere sul disagio delle persone. La Chiesa c'è e fa la sua parte»

È continuata fino a notte fonda la rivolta popolare cominciata ieri pomeriggio, 2 aprile, a Torre Maura, estrema periferia Est della Capitale, per il trasferimento di 70 rom, tra i quali 33 bambini e 22 donne – di cui 3 in stato di gravidanza -, nel centro di accoglienza per casi fragili in via dei Codirossoni, di proprietà del Comune. Sempre nel cuore della notte, al termine di un lungo incontro svoltosi nella presidenza del VI municipio tra una delegazione dei cittadini della zona e il capo di gabinetto del sindaco Raggi Stefano Castiglione con la dirigente dell’Ufficio speciale rom, sinti e caminanti del Comune e il minisindaco è stata presa la decisione di spostare i rom in altre strutture cittadine di accoglienza entro sette giorni. Intanto la Procura di Roma apre un fascicolo di indagine sugli scontri. I reati ipotizzati: danneggiamento e minacce aggravate dall’odio.

«Dovere dell’amministrazione è quello di tutelare la vita e l’incolumità delle persone», le parole del sindaco Raggi, che però avverte: «Non possiamo cedere all’odio razziale, non possiamo cedere contro chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone, e mi riferisco prevalentemente a Casapound e Forza Nuova». E spiega: «Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse. C’era un clima molto pesante, di odio».

torre maura proteste accoglienza rom Fin dal pomeriggio circa 300 persone avevano iniziato a barricare la zona, poi in serata la protesta è degenerata: la folla ha provato a ostruire il passaggio anche ai mezzi dei vigili del fuoco e gli agenti in assetto antisommossa sono intervenuti più volte per ristabilire la calma. È stato dato fuoco a dei cassonetti e a un’auto, sono stati gettati e calpestati i pasti destinati ai nuovi ospiti trasferiti nell’ex casa di riabilitazione “San Giovanni medical corner” in seguito a un bando di gara europeo indetto dal Comune nel 2015 perché la vecchia struttura che li ospitava, in via Toraldo, a soli tre chilometri di distanza da Torre Maura, andava chiusa dato che il proprietario doveva rientrare in possesso dei locali. «Devono morire di fame», urlavano alcuni.

«La cosa è stata strumentalizzata da gruppi di estrema destra come Casa Pound – spiega don Morrel Querickiol, parroco della comunità di Nostra Signora del Suffragio e Sant’Agostino di Canterbury che afferisce proprio a quel territorio -: la struttura ospita da tempo altri immigrati di origine africana e non ci sono mai stati problemi». Anzi, il gruppo della Caritas parrocchiale «assiste queste persone e anche i rom che sono stati oggetto della rivolta e che venivano spesso presso la nostra parrocchia per i pacchi viveri e la distribuzione di capi di vestiario». Nel pomeriggio il parroco incontrerà i referenti della struttura di accoglienza insieme alla responsabile della Caritas parrocchiale «per capire, ora che gli animi si sono calmati, come operare in serenità».

Il sacerdote aggiunge che «alcuni parrocchiani hanno potuto talvolta manifestare un sentimento di paura per la presenza dei rom nel quartiere, perché il diverso spaventa», ma si è sempre «lavorato per diffondere il messaggio che la carità non fa distinzioni, né per l’etnia né per il colore della pelle». Don Querickiol sottolinea ancora che «la parrocchia collabora da anni con i servizi  del Comune per gli immigrati presenti sul territorio», quali il Centro Godzilla per i bambini e il Punto luce e lo Spazio mamme gestiti da Save the Children; per questo auspica «una soluzione serena e umana che scardini pian piano la percezione dell’altro come nemico».

Per il vescovo ausiliare del settore Gianpiero Palmieri, «è evidente  che il territorio si trova a vivere una situazione di disagio per una difficoltà sociale propria delle zone di periferia della città, per cui il processo di integrazione di persone straniere risulta più difficile laddove le persone sono già esse stesse in difficoltà». Proprio questo contesto di disagio diventa «terreno fertile per far sbocciare azioni violente di facinorosi, che in questo caso specifico sono disumane dato che si tratta di mamme con bambini, quindi di una categoria di persone fragili». Il presule osserva anche che «il mondo rom in particolare è vittima di una visione e di una percezione stereotipate, basate su una generalizzazione che porta a individuare dei facili bersagli». Di qui l’invito: «Mettiamoci intorno ad un tavolo di lavoro concreto: istituzioni, realtà sociali del territorio e  Chiesa per ascoltare davvero il grido della popolazione, affinché le persone non si sentano abbandonate. Bisogna riflettere sul disagio delle persone con interventi concreti – osserva ancora Palmieri -: mi pare questa la condizione minima per attivare veri processi di integrazione. La Chiesa c’è e fa la sua parte per questo processo di accoglienza».

3 aprile 2019