Alessandra, lo spazio creativo e la novità del bene

La vigilia della maturità, i riti mancati, un «periodo strano» per i ragazzi, ma anche l’opportunità di un tempo nuovo tutto da riempire

Ieri pomeriggio è passata a casa mia Alessandra. Mi aveva mandato un messaggino qualche giorno prima: «La prof per la maturità ci ha consigliato di leggere anche un ultimo romanzo francese, tutti leggono La peste, hai qualcosa da darmi?» «Passa nel pomeriggio, qualcosa troviamo», le ho risposto, «se esco prima ti lascio il libro nel mio studio».

Alessandra è figlia di amici fraterni, di fatto l’ho vista nascere, è cresciuta con i miei figli, ora è diventata grande e sta per finire il liceo: sta per fare la maturità. Quando è arrivata (dopo averla strapazzata un po’, che ogni volta è il mio modo stupido di dirle indirettamente quanto mi faccia piacere rivederla) le ho dato il libro di Annie Ernaux, Gli anni: «Vedrai, è bello, parla di una generazione che faticherai a riconoscere, sei troppo piccola, ma è uno dei modi migliori per capire il secondo Novecento». Poi ci siamo messi un po’ a parlare e ovviamente le ho chiesto della scuola, dell’esame: «Beh, come li state vivendo questi ultimi giorni?».

Ero stato volutamente generico, eh sì, perché dentro di me pensavo «che peccato però per Alessandra e per i suoi compagni, il mese di maggio dell’ultimo anno di scuola è il più bello di tutti. La tensione, la primavera, i pomeriggi di studio al percorso verde con gli altri, poi al lago con la macchina di chi già ha la patente. E poi il corso, le vasche di classe, le cene con i professori. E giugno, l’ultima campanella, i gavettoni, le lacrime. Che peccato che tutto questo quest’anno non ci sarà». Ma Alessandra, molto serenamente, m’ha risposto «beh sì, è stato strano questo periodo. Con qualcuno abbiamo riniziato a vederci, a fare qualche passeggiata. Ma recupereremo». Alessandra era serena.

La sera ne ho parlato con mia moglie, che per Alessandra ha un debole. «È passata l’Ale, le ho dato un libro per la maturità. Certo che peccato però, sono stati un po’ sfortunati, in fondo gli è stato tolto il loro anno più bello» le ho detto. Lei, che è molto meno melanconica e attaccata al passato di me, mi ha risposto sorridendo: «si certo, in parte è vero. Come negarlo. Però lo sai? Io credo che per questa generazione anche questi mesi, anche il non avere vissuto i riti delle nostre maturità, possa essere un’occasione».

 «Dici?», l’ho interrotta. «Ma sì, anzi, io spero davvero che questa, la generazione dell’Ale e di quelli che verranno dopo, si trovi finalmente di fronte a un foglio bianco, vuoto, assolutamente e del tutto da riempire. Anche le cose belle saranno nuove, soprattutto quelle. Perché io te lo dico: mi auguro sul serio che niente torni come prima dopo questi tre mesi, me lo auguro con tutta me stessa. Non può e non dovrà essere tutto come prima».

 Ho pensato a lungo a quelle parole, tutt’ora ci penso. Il giorno dopo, io e mia moglie siamo usciti in centro proprio con i nostri amici, i genitori di Alessandra, per il primo gelato insieme. A un certo punto io e suo padre Luca abbiamo parlato anche di lei, del suo esame e un po’ di quello che questo periodo le ha fatto perdere. Ma poi gli ho detto: «Comunque l’ho vista bene». Di più, ma questo l’ho pensato: anche io come mia moglie sono convinto che nel futuro di Alessandra e dei ragazzi di questa generazione ci sarà, certo che ci sarà, lo spazio creativo e la novità del bene.

27 maggio 2020