Anziani non autosufficienti: «Situazione allarmante»
La denuncia di Auser, che analizza i piani regionali sociali e sanitari: «Le risorse nei bilanci pari allo 0,2%. 21 sistemi diversi, con rilevanti disparità. Una vera babele»
L’assistenza agli anziani non autosufficienti è «una vera “babele” con grandi ritardi nell’integrazione dei servizi sociali e sanitari». La denuncia di questa «situazione allarmante» è contenuta nella ricerca di Claudio Falasca, “Anziani non autosufficienti e integrazione sociosanitaria nei Piani regionali”, promossa da Auser e presentata a Roma ieri, 18 novembre, nel corso del X Congresso nazionale. Sotto la lente d’ingrandimento i Piani sanitari e i Piani sociali delle regioni: le pagine dedicata agli anziani nei piani sono solo il 3%, le risorse nei bilanci lo 0,2%. «Inutile» invece la verifica del rispetto dei Livelli essenziali delle prestazioni in ambito sociale (Lep) e del loro grado di integrazione con i servizi sanitari, considerato «che a più di 20 anni dalla loro introduzione, perdura l’assenza della normativa nazionale che ne garantisce l’esigibilità».
I non autosufficienti in Italia sono oggi 2 milioni 996 mila e nel 2045 potrebbero raggiungere una cifra variabile fra 4.296.000 e gli oltre 5 milioni 500 mila. «Molto dipenderà – indicano gli esperti – dalle politiche di prevenzione che verranno realizzate». Si tratta di persone che esprimono una domanda di assistenza e bisogni molto complessi, «a cui si riesce a dare risposta a fatica» e questo si traduce in «un peso che le famiglie portano sulle loro spalle spesso in solitudine». Inoltre circa 4 milioni di anziani vivono soli e il 74% degli over65 ha meno della licenza media, poca dimestichezza con i mezzi digitali con il rischio di emarginazione.
«L’Italia – spiegano gli osservatori – vede la copresenza di 21 sistemi sociosanitari diversi, con rilevanti disparità nella fruizione di servizi fondamentali da parte dei cittadini. In media i Piani regionali hanno un generico valore programmatico, spesso senza misurare, senza dire chi, come, quando, con quali risorse verranno realizzate le misure previste». Una delle cause principali è il «progressivo venir meno di riferimenti nazionali unificanti»: l’ultimo Piano sanitario nazionale risale al 2006, mentre l’ultima relazione al Parlamento sullo stato sanitario del Paese è del 2012-2013. Le Regioni negli ultimi anni hanno prestato una crescente attenzione al tema degli anziani, sia autosufficienti che non autosufficienti, registra il rapporto: centinaia le iniziative legislative, amministrative, regolamentari, finanziarie da loro promosse sul tema ma «questa mole di lavoro è forse uno dei principali indicatori di disorientamento, in quanto espressione del tentativo comunque di trovare una soluzione, ma fuori da un indirizzo unitario condiviso a livello nazionale». Quanto emerge dalla ricerca è, infatti, «un sistema di assistenza per i non autosufficienti profondamente inadeguato e differenziato nei livelli di copertura dei servizi, sia a livello nazionale che all’interno delle singole regioni. Una realtà venuta alla ribalta in modo chiaro e drammatico nel corso dell’emergenza sanitaria».
Tra le principali criticità messe in luce dall’analisi, la «pesante» frammentazione istituzionale centrale e periferica, per cui a fronte di un processo di aggregazione delle strutture del sistema sanitario, lo stesso non è avvenuto in quello sociale in capo ai comuni (circa 8 mila); si conosce «poco e male» il profilo sociosanitario della popolazione a cui si dovrebbe fornire servizi; una «cultura del Piano molto approssimativa», con «uno scopo d’immagine a dimostrare che la Regione si prende cura degli anziani, ma nel merito abbastanza privi di sostanza»; l’eterogeneità delle forme di gestione, «una delle cause che non favorisce l’integrazione» e per cui 12 regioni su 21 hanno ritenuto opportuno unificare l’assessorato alla salute con quello delle politiche sociali; il «forte squilibrio tra strutture sanitarie e sociali», la cui «integrazione è affidata alla buona volontà degli operatori».
È nell’assistenza domiciliare che «si vede la babele dell’assistenza nel nostro Paese», secondo gli osservatori. I casi trattati in assistenza domiciliare integrata sono il 6,2% degli over65 per 17 ore annue per ogni caso trattato; il servizio di assistenza domiciliare è gestito dai Comuni, «un servizio in progressiva regressione», che riguarda percentuali minime della popolazione di riferimento e che nel caso del servizio con assistenza sanitaria è garantito solo dal 41,3% degli enti locali. Nessun Piano poi dedica attenzione alla qualità del contesto abitativo: «Il tema è richiamato solo nei Piani sociali di quelle regioni che considerano la casa tema di welfare. Ma anche in queste il tema è nettamente separato dall’ambito sociosanitario».
L’Italia, ricorda il rapporto, è in forte decrescita demografica: nel 2045 la popolazione si ridurrà del 10,5%, arrivando a 53,7 milioni, e di questa condizione soffriranno soprattutto le aree interne e il meridione. Per la prima volta poi gli uomini tenderanno a superare il numero delle donne. Nel 2045 gli over 65 saranno in media il 33,6% della popolazione. «Sempre più vecchi, con le fragilità legate all’aumento dell’età, e sempre meno caregiver familiari, nel 2045 l’indice di ricambio si ridurrà della metà», denunciano gli osservatori. E «molte famiglie rischiano la condizione di povertà come conseguenza della non autosufficienza».
19 novembre 2021

