Appello Caritas: «Tor Sapienza, la giustizia contro ogni violenza»

Dopo l’assalto a un centro di accoglienza per immigrati, sotto accusa «l’incapacità delle istituzioni e della classe politica di proporre soluzioni serie e di prospettiva»

 

«Il 30 ottobre 2007 veniva barbaramente assassinata Giovanna Reggiani. A distanza di sette anni, dopo gli avvenimenti avvenuti la scorsa notte a Tor Sapienza con l’assalto a un Centro di accoglienza per immigrati titolari di protezione internazionale e alle forze dell’ordine che lo presidiavano, nulla sembra cambiato nella città di Roma»: inizia così un comunicato della Caritas di Roma che commenta i fatti accaduti a Tor Sapienza nelle scorse ore.

Sotto accusa «la stessa paura, l’incapacità delle istituzioni e della classe politica di proporre soluzioni serie e di prospettiva, la spregiudicatezza di politici che cavalcano il malcontento delle periferie attirando i gruppi più estremi e facinorosi e spingendo la popolazione a una “guerra fra poveri”, la mancanza di riferimenti culturali in una città che appare rassegnata, il clima politico di estrema precarietà».

La Caritas di Roma, continua la nota, «non può tacere la grave situazione e in primo luogo invita gli uomini delle istituzioni, i politici, gli operatori della comunicazione e tutti coloro che hanno responsabilità, a non alimentare tale clima di paura e impotenza. È vergognoso che, mentre da settimane nelle nostre periferie cresce la protesta – purtroppo accompagnata da episodi di violenza – l’intera classe politica capitolina non trovi di meglio da fare che discutere per giorni di otto multe non pagate».

«La situazione di Tor Sapienza – così come Corcolle, Torre Maura, Romanina, Ponte Mammolo e altre zone – rappresenta sì il risultato di anni di abbandono, ma allo stesso tempo – si legge nel comunicato – l’effetto di attuali politiche sbagliate verso i rom e i rifugiati, senza sforzi per l’integrazione e improntate soprattutto sull’emergenza, frutto di istituzioni che non collaborano e non dialogano (Prefettura – Comune – Municipi), di cooperative senza scrupoli che poco hanno a cuore la sorte delle persone che gli sono affidate, di territori abbandonati dalle Istituzioni. Situazioni di cui sono parimenti vittime italiani e immigrati: è difficile per chiunque impegnarsi in progetti di integrazione in contesti dove le persone si sentono sole, non vedono rispettati i propri diritti, in cui episodi di micro criminalità veri o presunti rischiano di degenerare in rappresaglie e spedizioni».

 «La comunità cristiana – conclude la nota – oggi ancora di più deve rendersi visibile e partecipe con la preghiera e iniziative di solidarietà e integrazione. Le parrocchie e i sacerdoti, che in quei territori rappresentano spesso gli unici punti di riferimento, svolgono un lavoro enorme di vicinanza e di supporto alla popolazione. A tutti il compito di far sì che il disagio di tanti si trasformi in maggiori diritti e che la protesta non sia contro l’altro ma a favore della giustizia».

12 novembre 2014