Attentato in Colombia, a rischio il processo di pace

Un’autobomba è esplosa il 17 gennaio nella scuola per cadetti di Polizia General Santander di Bogotá. Il bilancio delle vittime di ora in ora più drammatico. I vescovi: «Non si torna indietro rispetto alla pace»

Ottanta chili di esplosivo, stipati in una Nissan Patrol guidata da un uomo – José Aldemar Rojas, 56 anni, l’identificazione delle forze di polizia – che  ha forzato il posto di blocco della scuola per cadetti di polizia General Santander di Bogotá ed è esplosa di fronte al convitto femminile. Si è consumato ieri mattina, 17 gennaio, l’attentato più sanguinoso in Colombia da almeno una dozzina d’anni. Il bilancio si fa di ora in ora più drammatico: l’ultimo bollettino diffuso dalla Polizia nella notte italiana parla di 21 morti e 68 feriti.

Il racconto della mattinata arriva da Twitter, dai giovani che studiano per diventare sottoufficiali di polizia, che si erano radunati per assistere alla cerimonia di consegna della “seconda stella” per alcuni di loro, segno di avanzamento nel corso di studi. Una giornata di festa, insomma, nella costruzione nata lungo l’autostrada del sud, nella parte più estrema della zona residenziale della Capitale colombiana. Quando la Nissan si è avvicinata all’ingresso della scuola, i cani hanno fiutato qualcosa. È stato allora che l’auto ha fatto saltare il posto di blocco, fino ad arrivare di fronte al convitto femminile, dove si è verificata l’esplosione. Tra le vittime, l’autista.

Sul campo, naturalmente, l’ipotesi dell’attentato suicida – che pure, osservano i commentatori, non appartiene alla “tradizione” colombiana -, come pure l’ipotesi che che Rojas non sia riuscito a scendere in tempo dall’auto. Finora, nessuna rivendicazione. In ogni caso, «questo attentato – commenta all’Agenzia Sir Dimitri Endrizzi, originario del Trentino, docente di Scienze politiche all’Universidad Católica de Colombia – arriva in momento molto delicato nella vita politica e sociale del Paese. L’opinione pubblica è scossa da vari avvenimenti». Tra questi, «lo strano “suicidio con il cianuro” del testimone chiave nell’ambito del processo per corruzione relativo allo scandalo continentale Odebrecht, e la dirompente testimonianza, al processo contro El Chapo in corso a New York, del narcotrafficante colombiano Alex Cifuentes, che ha chiamato in causa l’ex vicepresidente della Repubblica e capo della polizia Óscar Naranjo, considerato uno dei volti più puliti della politica colombiana». Non solo: continuano, riferisce il docente, le uccisioni dei leader sociali e «l’applicazione del processo di pace, rispetto all’accordo del 2016, è molto parziale».

In questo contesto, e dentro una società divisa e polarizzata, l’attentato rischia di destabilizzare ulteriormente la situazione e di inghiottire nuovamente il Paese nella spirale della guerra e della violenza. È il timore che condividono anche i vescovi della Conferenza episcopale colombiana, in questi giorni in ritiro fuori dalla città, che hanno seguito dai media gli sviluppi dell’attentato.«Esprimo a nome dell’episcopato colombiano profondo dolore per le vittime, ufficiali morti nel loro servizio al Paese – le parole del segretario generale monsignor Elkin Fernando Álvarez Botero -. Condanniamo il ricorso al terrore e alla violenza per qualsiasi manifestazione e per qualsiasi motivazione. Certo, questo fatto ci destabilizza e ci chiede di condannare con forza qualsiasi atto violento, da qualunque parte provenga. Speriamo che si possa chiarire nel tempo più breve possibile chi è il responsabile e possa essere assicurato alla giustizia». Per il segretario generale resta comunque una certezza: «Non si può tornare indietro rispetto al cammino della pace».

«La Colombia si rattrista ma non si piega davanti alla violenza», scriveva poco dopo l’attentato su Twitter il presidente della Repubblica Ivan Duque. Dalla Conferenza episcopale intanto anche un video messaggio del presidente monsignor Óscar Urbina Ortega e un comunicato ufficiale della Conferenza episcopale, firmato dallo stesso Urbina. «Dobbiamo opporci con decisione e coraggio a questo attentato demenziale, a ogni omicidio e a ogni atto di violenza, che solo porterà più morte e distruzione – si legge nel testo -. È il momento di rafforzare la volontà, l’impegno e l’unità di tutti, governo e società civile, per sconfiggere la violenza e incamminarci con rinnovata fermezza verso la riconciliazione e la pace».

Anche il cardinale Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotá e primate di Colombia, ha affermato che «la morte, la violenza, il terrore e l’ingiustizia non possono mai essere seme di giustizia e di pace. Condanniamo questo e ogni attentato, che ferisce la dignità delle persone e della società e manifestiamo la nostra solidarietà alla nazione, alla polizia, alle vittime e e alle loro famiglie, e imploriamo il perdono e la pace». Un invito a « proseguire sulla strada della verità, della giustizia e della non ripetizione della barbarie» arriva anche, via Twitter, dal gesuita Francisco De Roux, presidente della Comision de Verdad.

18 gennaio 2019