Capobianchi: «Vaccino, unica arma efficace contro il virus»

La direttrice del laboratorio di Virologia dello Spallanzani, a 9 giorni dalla prima dose, «sta benissimo». Stupore per la veemenza di medici contro il farmaco

Non si aspettava tanta animosità intorno al vaccino contro il Covid-19, né tanto meno parole di acredine proferite da medici e infermieri. Nonostante tutto, Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di Virologia dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani, lo stesso nel quale nel febbraio scorso è stato isolato il  nuovo coronavirus, si dice «contenta» perché con molti altri colleghi vede «la luce in fondo a un tunnel» rimasto buio per quasi un anno e perché la pandemia ha generato «una rivoluzione» in ambito scientifico e  sanitario portando anche a nuove collaborazioni nell’ottica del principio “One Health”. Non nega che anche per il vaccino contro il Sars-Cov-2 potrebbero esserci effetti collaterali perché «non esiste alcun farmaco e alcun vaccino a rischio zero».

Gli effetti collaterali non sono né sconosciuti né ignorati, e infatti sono attentamente monitorati. Ma il rischio, come per gli altri vaccini approvati, è bassissimo. Mettendo a confronto il rischio di complicazioni gravi (fino al decesso) legate all’infezione da coronavirus con il rischio di avere con il vaccino effetti indesiderati della stessa gravità «non c’è paragone – rimarca decisa -. La frequenza di effetti collaterali gravi con i vaccini è dell’ordine di un evento su un milione di somministrazioni, una differenza abissale, di almeno 1.000 volte, rispetto alle conseguenze gravi dell’infezione».

La biologa è stata tra le prime cinque persone alle quali il 27 dicembre scorso è stato iniettato il Comirnaty, vaccino prodotto da Pfizer-Biontech. «Sto benissimo – esordisce -. Abbiamo aspettato questo momento con ansia e speranza». Allo Spallanzani da 21 anni, membro dell’Unità di Crisi “Task Force Ebola” e di altre commissioni, autrice di otre 400 pubblicazioni e di numerosi articoli e rassegne a livello nazionale e internazionale, Capobianchi e i colleghi hanno compreso fin da quando si è palesata la gravità della pandemia che «l’unica arma realmente efficace per sconfiggere il virus sarebbe stato il vaccino».

Anche per questo è rimasta stupita dalla veemenza con la quale alcuni medici si sono scagliati contro il farmaco «ma le notizie negative – osserva – hanno sempre maggiore risalto». Tanto livore può «negativamente» influire sull’opinione pubblica e per questo la virologa richiama al senso di «responsabilità nella diffusione di notizie che mettono in luce aspetti anche non verificati».

Facendo un passo indietro nel tempo, Capobianchi ricorda che un «grandissimo danno sulla diffidenza che gira intorno al vaccino» risale all’allarme lanciato nel 1998 dallo scienziato Andrew Jeremy Wakefield che associò il vaccino trivalente (morbilloparotiterosolia) all’autismo. «Da allora questi dati si sono rivelati falsi – spiega -, sono stati ritrattati anche dal The Lancet che aveva pubblicato lo studio e lo scienziato è stato espulso dall’Ordine dei medici, ma ancora oggi paghiamo le conseguenze del dubbio illegittimo sollevato all’epoca. Quando si parla di associazioni di fenomeni non significa descrivere un rapporto di causa-effetto. È come dire che l’aumento del numero dei soggetti con infezione da HIV negli ultimi anni è legato all’aumento della temperatura globale. Sono due fenomeni concomitanti, ma certamente non legati da un rapporto causa-effetto.

Considerando l’entità e la frequenza dei possibili effetti indesiderati, la strategia vaccinale si aggiusta man mano che diminuisce la probabilità di contrarre la malattia in modo naturale. Così è accaduto per i vaccini antipoliomielite e antivaiolo. Quando le malattie sono sotto controllo ed il rischio di contrarle in modo naturale è basso oppure assente, si cambia strategia». Questo grazie anche all’avvento di tecnologie avanzate, che permettono di istruire il sistema immunitario contro alcuni componenti specifici del virus, superando la necessità di inoculare virus intero, inattivato o infettante attenuato.

A chi obietta che il vaccino è nato in tempi record mentre solitamente ci vogliono anni per sintetizzarlo, spiega che solitamente «i tempi sono più lunghi   perché ogni fase della sperimentazione viene avviata solo se la fase precedente dà i risultati positivi attesi.   E per questo molti progetti di vaccini abortiscono durante le fasi di sviluppo e sperimentazione. Fino ad ora non si era mai provato ad accavallare le fasi perché questo significa aumentare enormemente il rischio di impresa nel caso che una fase non dia i risultati attesi. Questa volta ha prevalso la necessità di combattere il virus anche con un rischio elevato di investire a perdere, e in questo i finanziatori (governi, fondazioni, privati) hanno assunto sulle proprie spalle questo rischio, mossi dall’urgenza della necessità e tutto sommato dalla fiducia nella scienza che è alla base della progettazione dei nuovi vaccini».

Capobianchi si chiede perché oggi «si grida allo scandalo dei vaccini e non alla mancanza del personale». Ora che il vaccino è pronto – in attesa dell’approvazione dei farmaci di Astrazeneca e Moderna – il problema riguarda la logistica, il trasporto, la conservazione, i luoghi di somministrazione e soprattutto il personale addetto alla somministrazione. «Per fare milioni di iniezioni ci vogliono gli operatori sanitari – spiega -. Sono stati richiamati infermieri e medici in pensione, assunti medici e biologi che stavano terminando il percorso di specializzazione, ma non basta. Per anni non c’è stato un turn over e il personale è invecchiato e ridotto all’osso, e per di più senza che nel frattempo si sia formato un ricambio numericamente adeguato».

In questi mesi lo Spallanzani è stato un’eccellenza in campo sanitario, fin da subito in prima linea per combattere il virus. Essere sotto i riflettori «fa piacere» ma Capobianchi specifica che «si tratta della naturale conclusione di un percorso. I risultati ottenuti non sono frutto di improvvisazione ma di anni di studio e addestramento». La pandemia ha causato tanto dolore ma allo stesso tempo in campo scientifico e medico ha innescato «una rivoluzione» come avvenuto negli anni’80 per l’HIV che «ha portato nuove tecnologie, nuove idee e il riconoscimento dell’importanza della lotta alle infezioni. Il coronavirus – conclude – ha ribaltato molti paradigmi delle infezioni e ha portato alla luce lo stretto rapporto con il mondo animale, creando una forte collaborazione con i laboratori che fanno capo agli istituti zooprofilattici, i quali stanno dando un grande apporto nel determinare l’epidemiologia molecolare del virus».

5 gennaio 2021