“Caravaggio tradito”, ciclo concluso da un video sulla sua vita romana

Ultimo incontro dell’iniziativa diocesana nella basilica di Santa Maria del Popolo con monsignor Lonardo e Sara Magister davanti a due celebri dipinti dell’artista

Si è concluso venerdì 24 maggio, in una basilica di Santa Maria del Popolo gremita, il ciclo di incontri su “Caravaggio tradito”, l’iniziativa ideata dal Servizio per la cultura e l’università della diocesi di Roma. Ad aprire la serata, dedicata alle due opere del Merisi ospitate nella cappella Cerasi della chiesa di piazza del Popolo – la Conversione di Saulo e la Crocifissione di Pietro -, la proiezione in anteprima del video “Caravaggio. Un peccatore cristiano”, della durata di dieci minuti, realizzato dall’Ufficio diocesano e prodotto da Lazy Film, con la regia di Alessandro Galluzzi.

«Attraverso i documenti dell’Archivio Storico Diocesano, dell’Accademia dei Virtuosi del Pantheon e di quello di Stato di Roma che vengono mostrati al grande pubblico nel video e permettono di ricostruire la vita romana dell’artista lombardo – ha chiosato monsignor Andrea Lonardo, direttore del Servizio per la cultura e l’università del Vicariato -, non abbiamo voluto tanto capire o dimostrare se Caravaggio fosse cattolico, perché quello che aveva nel cuore è impossibile dirlo, quanto mostrare il suo rapporto con Roma e l’amore e l’apprezzamento di questa città per lui».

Spesso infatti la critica d’arte si è soffermata molto sui presunti rifiuti delle opere di Michelangelo Merisi, considerato ribelle e troppo moderno per il suo tempo, «non rispondente ai parametri imposti dalla Chiesa che usciva dal Concilio di Trento e che, pare, soffocava con il suo rigore il genio degli artisti – ha spiegato la storica dell’arte Sara Magister che ha tenuto una speciale lezione alternando i suoi interventi a quelli di Lonardo –; tutto questo, però, è contraddetto dai fatti perché la Chiesa, dalla Fabbrica di San Pietro ai cardinali Barberini, fu tra i grandi committenti di Caravaggio e dimostrò di apprezzarlo e stimarlo».

Da parte sua Caravaggio conosceva bene «lo scopo che la Chiesa attribuiva alle opere d’arte: istruire e confermare il credente, aiutandolo a ricordare gli articoli di fede in modo semplice e immediato»; era dunque importante che le immagini sacre «non contenessero falsi dogmi nè fossero contrarie alle Scritture o alla Tradizione, cioè che il messaggio dottrinale fosse chiaro – ha proseguito l’esperta –, ma anche che sapessero “delectare” e “movere” cioè produrre piacere estetico e coinvolgere emotivamente».

I due dipinti a olio su tela ospitati a Santa Maria del Popolo e prodotti da Caravaggio nei primi anni del 1600 realizzano appieno <il coinvolgimento dello spettatore grazie all’orientamento diagonale e al rapporto con lo spazio reale – ha spiegato ancora Magister -: nello specifico sono stati concepiti per essere ben visibili anche da chi non poteva accedere direttamente alla Cappella Cerasi e cioè i pellegrini che, giunti a Roma, incontravano per prima proprio questa chiesa sul loro cammino».

Guardando in particolare alla tela che raffigura la crocifissione di san Pietro, monsignor Lonardo ha quindi presentato «la mia più grande scoperta su Caravaggio»: ispirato esplicitamente all’affresco corrispettivo realizzato da Michelangelo Buonarroti nella Cappella Paolina in Vaticano, accanto alla più famosa Sistina, «anche il Merisi ha dipinto l’apostolo sulla croce mentre, proprio in punto di morte, volge lo sguardo non all’entrata della chiesa, come la critica ha sempre sostenuto, ma all’altare e cioè all’Eucarestia».

Osservando invece la tela che raffigura la conversione di san Paolo e la nota folgorazione sulla via di Damasco, Lonardo ha osservato come sotto l’opera attuale vi sia una copia antecedente e che «si ritiene essere stata oggetto di un rifiuto da parte del committente monsignor Tiberio Cerasi, allora tesoriere della Camera apostolica». Mettendo a confronto le due versioni, «la prima risulta manierista – ha notato il sacerdote in conclusione – perciò se di rifiuto della Chiesa si è trattato è perché Caravaggio veniva invitato a fare di più e meglio, a compiere un salto di qualità, che il risultato finale dimostra poi essere avvenuto, non perché l’opera e il suo autore fossero troppo innovativi».

27 maggio 2019