Carlo Acutis, un’idea di santità per i giovani di oggi

Dall’imminente beatificazione del giovane, l’opportunità di far riemergere le domande sulla fede. Voler essere santi significa essere veri, autentici, insomma essere felici

Sabato 10 ottobre ad Assisi verrà celebrata la beatificazione di Carlo Acutis. Da quattro anni che esiste questa rubrica credo sia la prima volta in cui mi trovo a occuparmi di un argomento specificamente ecclesiale. Eppure, in questi giorni, mi sono reso conto che non avrei potuto scrivere di altro in questa uscita di #quindiciventi, specie dopo la recente esposizione del corpo di questo ragazzo straordinario.

Di quel momento, che tanto ha colpito l’attenzione di molti, ho in mente non tanto il particolare del volto (sottoposto, come osservato dal vescovo Sorrentino, a «tecniche di conservazione e di integrazione»), quanto il portato fortemente simbolico dell’abbigliamento: un paio di jeans, una felpa comune, le sneakers ai piedi. Carlo Acutis si è mostrato al mondo connotato per quello che è stato: un adolescente comune, come quelli che nel giorno stesso dell’esposizione avevo visto circolare di mattina per i corridoi del mio liceo, con gli stessi jeans, le stesse felpe, le stesse sneakers.

Ho avuto modo di riordinare i pensieri su questo ragazzo, grazie alla lettura di un bel libro della scrittrice Barbara Baffetti appena uscito: “Una stella di nome Carlo” (Edizioni Francescane Italiane). Il libro è un testo narrativo rivolto al pubblico più giovane, dove la vita di Carlo Acutis si intreccia con quella di quattro ragazzi (Alex, Lea, Nicolò e Nina), che partono per un campo estivo dell’oratorio ad Assisi e alle prese con questioni comuni ma complesse: il mondo digitale e le sue insidie, i primi affetti, le difficoltà familiari, la malattia, i dubbi sull’esistenza di Dio. La conoscenza per certi versi rocambolesca del giovane Carlo non stravolgerà le vite dei quattro ragazzi ma cambierà in loro la prospettiva con cui guardare le cose e li porterà a scoprire se stessi.

Ho molto apprezzato in questo testo un’idea di santità fuori dalla pura devozione, scritta nella carne e per questo capace di dire qualcosa alla vita concreta, anche quando questa si fa complicata. È quanto accade ai protagonisti del libro attraverso la scoperta preziosa della vita e della fede di Carlo; è quanto, mi dico, dovrebbe accadere ai nostri ragazzi ogni volta che qualche adulto intenda metterli di fronte al sacro. Dietro i simboli semplici dei jeans, della felpa, delle sneakers di Carlo Acutis ho visto insomma l’opportunità di fare riemergere per questa generazione di ragazzi e ragazze (ma non solo loro) la domanda importante e necessaria sulla possibilità della fede.

Mentre scrivo, mi viene da pensare a come ogni volta che in classe mi capita di dovere tirare in ballo l’idea di Dio (e insegnando letteratura italiana mi capita spesso) abbia la percezione, crescente negli anni, di un rimosso da parte dei ragazzi, anche in quelli che so essere attivi in parrocchia o gruppi, un rimosso che io credo che non possa essere addebitato solo al secolo. Mi piace pensare che la figura di Carlo Acutis potrebbe risignificare un’idea di santità, certo plausibile per il passato ma oramai distante sideralmente dai nostri ragazzi e dalle nostre ragazze, per dire loro che volere essere santi significa semplicemente volere essere veri, autentici, insomma essere felici.

7 ottobre 2020