Centro Astalli: le politiche migratorie «sembrano convogliare il peggio delle soluzioni possibili»

Presentato il Rapporto annuale. I nuovi tesserati per i servizi di base sono 1.205. Serviti 62.162 pasti a 2.543 persone. In 1.650 hanno ricevuto supporto medico. Padre Ripamonti: i servizi «devono essere sostenuti da visioni lungimiranti»

Centocinquantuno bambini e ragazzi sottoposti a 1.057 visite per disturbi psichici. È forse il dato che più fa riflettere del Rapporto annuale del Centro Astalli, presentato oggi, mercoledì 29 aprile, nell’aula della congregazione generale della Curia generalizia della Compagnia di Gesù. Analizza l’attività svolta nel 2025, anno in cui, si legge nel documento, si è registrata una diminuzione dei cosiddetti arrivi “irregolari”. È stato anche l’anno delle riforme per potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e per garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori – l’ultimo pacchetto sicurezza è della scorsa settimana e a giugno entrerà in vigore il Patto per le migrazioni e l’asilo -, mentre nel cuore di Roma si allungano le file per un pasto caldo, per l’assistenza sanitaria e per quella legale. Dalle 115 pagine del Rapporto emerge quindi chiara la necessità di investire in modelli di inclusione capaci di coinvolgere il territorio e superare la logica dell’assistenzialismo.

«Nei centri di accoglienza ci sono ​98mila persone perfettamente in grado di lavorare. Eppure, il decreto Flussi ha riservato loro soltanto 368 quote – la denuncia dell’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes -. Uomini e donne che potrebbero essere impiegati nelle fabbriche o nei campi, ad esempio a Ferrara, dove le pere e i kiwi marciscono sugli alberi perché mancano braccianti. Invece di offrire loro un’opportunità, ci limitiamo a tenerli confinati nei centri, garantendo vitto e alloggio ma negando la possibilità di un impiego. Tra queste 98mila persone ci sono professionalità qualificate che, proprio per l’impossibilità di lavorare in Italia, scelgono spesso di andarsene verso altri Paesi». Dialogando con la condirettrice del Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini, il presule ha sottolineato che il nostro Paese «chiude gli occhi di fronte alla realtà per immaginarsi un’Italia che può essere rovinata nell’identità perché ci sono un milione e mezzo di islamici. Invece di avere paura di chi prega dovremmo avere paura del moltiplicarsi delle sale slot a 500 metri dalla scuola, non di un luogo di preghiera».

Nel 2025 la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati è andata incontro alle necessità di oltre 11mila persone nella sola Capitale (21mila in Italia), perlopiù richiedenti asilo, il che dimostra come la precarietà normativa vada di pari passo con la povertà materiale. «In un clima generale preoccupante per il ricorso sempre più frequente alla violenza come strumento di risoluzione di conflitti – ha affermato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli -, le politiche migratorie sembrano convogliare il peggio delle soluzioni possibili animate da un atteggiamento di aggressività passiva. L’Italia si inserisce pienamente in questo orientamento, anticipandone talvolta le direttrici e privilegiando un approccio fortemente securitario. Tale impostazione finisce per indebolire concretamente le politiche di accoglienza, protezione e inclusione».

I nuovi tesserati per i servizi di base sono 1.205. La mensa ha servito 62.162 pasti a 2.543 persone. In 154 ne hanno usufruito oltre cento volte, segnale di una cronicità strutturale. In 1.650 persone hanno ricevuto supporto medico, mentre il SaMiFo, gestito con l’Asl Roma 1, ha curato 2.667 pazienti per un totale di 11.977 visite. L’ufficio legale ha seguito 693 persone e completato 2.480 procedure, rilevando un 29% di casi di estrema vulnerabilità (vittime di torture o neomaggiorenni). Aumentano i nuclei familiari provenienti dal Perù, spesso privi di assistenza statale, e gli uomini originari del Bangladesh. «La presenza significativa di persone provenienti da questi Paesi considerati “sicuri” – ha osservato Ripamonti – mette in crisi una narrazione semplificata: non basta definire un Paese sicuro perché lo sia nella vita concreta delle persone». Ispirandosi all’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, il presidente del Centro Astalli ha denunciato «l’analfabetismo» relazionale, «l’incapacità di vedere la cura come responsabilità condivisa e strutturale». I servizi, ha aggiunto, «non possono limitarsi a tamponare, ma devono essere sostenuti da visioni lungimiranti. Ma queste non si ottengono a colpi di decreti sicurezza». Ha quindi parlato di accoglienza inclusiva, esortato a far crescere una cultura della conoscenza reciproca e dell’incontro in un tempo in cui «la parola terribile» “remigrazione” si fa strada nel linguaggio comune come «sconfitta etica».

29 aprile 2026