Cristianesimo e islam, tra integrazione e misericordia

Nella parrocchia di Santa Lucia l’incontro con l’imam Yahya Pallavicini e il cardinale De Paolis. «La via maestra per la comprensione resta la conoscenza»

Nella parrocchia di Santa Lucia l’incontro con l’imam Yahya Pallavicini e il cardinale De Paolis. «La via maestra per la comprensione resta la conoscenza»

«È un tentativo di dare a una problematica tanto attuale, qual è l’immigrazione islamica, un orientamento cristiano, suggerendo come risposta non solo l’accoglienza ma l’integrazione, per fare spazio all’altro che è in difficoltà». Monsignor Antonio Nicolai, parroco a Santa Lucia – a due passi da piazzale Clodio, quartiere Prati – spiega perché ha voluto organizzare un incontro pubblico, il 28 gennaio, sul tema della convivenza tra persone di fede islamica e cattolica. «Viviamo in un contesto difficile anche per via del fanatismo islamico-politico che ha deviato da una retta comprensione del fenomeno. Il risultato è che oggi c’è paura e risentimento». A discutere della questione – se cioè una reale integrazione è possibile – monsignor Nicolai e il Circolo delle Vittorie hanno riunito attorno ad un tavolo il cardinale Velasio De Paolis, presidente emerito della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, monsignor Filippo Morlacchi, direttore dell’Ufficio per la Pastorale scolastica e l’insegnamento della religione della diocesi di Roma, Sherazade Shahoushmand, docente di Studi islamici alla Pontificia Università Gregoriana, e l’Imam della moschea di via Meda a Milano Yahya Pallavicini.

Premesso che le «discussioni asettiche sono inutili e vuote – avverte il cardinale De Paolis – è necessario affrontare il tema della convivenza sul piano della realtà». Come mai, si chiede il porporato, «siamo infatti tutti d’accordo sull’importanza dell’amore e tuttavia ci sono così tante guerre?». Ciò che si richiede, allora, «è un’analisi approfondita delle strade che stiamo percorrendo», senza per questo dover necessariamente affermare l’obbligo di cambiare percorso. «È quello che accade a un malato, che si affretta a cambiare medicina perché vede che non gli fa effetto senza però aver scoperto di che cosa si è ammalato. Dico allora – sintetizza De Paolis – che si cambia solo se è necessario, perché a volte il cambiamento non meditato può portare a una situazione anche peggiore della precedente». La via maestra per la comprensione resta dunque la conoscenza. «Il nodo da sciogliere – spiega monsignor Morlacchi – sta nel costruire una relazione dialogica con altri punti di vista, diversi dai nostri. L’incontro non avviene però tra apparati di concetti teologici ma tra persone». Il sacerdote racconta, così, che a Roma ben il 30% degli studenti musulmani sceglie di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: «Questo non vuol dire – tiene a precisare – rinuncia da parte loro alla fede islamica né imposizione da parte cattolica del nostro credo ma opportunità di conoscenza reciproca, l’unica che può rendere possibile l’integrazione».

Un termine, quest’ultimo, che l’imam Pallavicini reputa però essere abusato o mal compreso. «Per noi musulmani, integrazione è ciò che religiosamente unisce l’interiore con il superiore, l’origine e la terra, il relativo e l’assoluto: un assoluto che è nei cuori di tutti, non credenti e credenti, sebbene siano solo questi ultimi quelli che si assumono la responsabilità della coerenza, santificando quotidianamente la vita». Altrimenti detto, «se qualcuno – mettendo al primo posto non più Dio ma la propria squadra, ad esempio, o la propria nazione – manipola questa relazione, il mondo degenera». Ritornando al concetto d’integrazione allora, «l’uomo universale – conclude Pallavicini – è colui che sa vivere in questo rapporto tra il terreno e il trascendente e al tempo stesso sa integrare il proprio simile all’interno di questa relazione». Un pensiero, quello espresso dall’Imam, che in Shahoushmand richiama quello della misericordia, «presente nel Corano in ben 113 capitoli su 114, là dove si insiste su una formula trina: Allah, Rahman, Rahim», con “rahman” e “rahim” che significano rispettivamente “utero” e “misericordia”; secondo una delle ultime traduzioni la formula migliore suona come “Dio, pienezza d’amore”. Stando così i termini della questione, a mettere i paletti all’integrazione sono solo gli uomini.

29 gennaio 2016