Cristiani uniti nel martirio
Convegno regionale al Divino Amore: interventi e testimonianze su persecuzioni e missione, dall’Iraq alla Mongolia al Sud Sudan. «Forza umile capace di opporsi al male»
«Nei cristiani esiste una forza umile capace di opporsi al male»: è questa la chiave di lettura che il vescovo Ambrogio Spreafico, presidente della commissione Cel per l’Ecumenismo e il dialogo, offre nel suo saluto ai partecipanti al convegno “La forza umile dei cristiani” che si è svolto venerdì 15 marzo al Santuario del Divino Amore. Nella mattina si susseguono relazioni e testimonianze coordinate da monsignor Marco Gnavi, incaricato diocesano per l’ecumenismo, che dice: «Il ‘900 è tornato a essere un periodo di martirio per i cristiani come agli esordi della storia cristiana. Non solo per i cattolici ma anche per ortodossi, anglicani, evangelici. Nella loro morte c’è un progetto di vita più forte del male, fatto di carità e di speranza».
A dire di questo progetto di vita c’è suor Giordana Bertacchini, saveriana e missionaria per tanti anni in Ciad, che racconta la vita di tre sue consorelle martirizzate in Burundi nel 2014 dopo una vita di missione per l’Africa. Uccise per adempiere a un vero e proprio sacrificio umano in un rito satanico. Ma la morte di Olga, Lucia e Bernadetta ha portato inaspettatamente molte vocazioni di giovani burundesi. Far conoscere le vite dei martiri, di ogni confessione cristiana, è anche lo scopo del Santuario dei Nuovi martiri nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove si trovano reliquie di oltre 100 martiri. Giovanni Paolo II disse che «nel martirio siamo già tutti uniti», e don Angelo Romano, rettore della basilica, sottolinea: «Oggi il martirio è cambiato, i persecutori nascondono il loro odio per la fede. C’è odio per chi vive nella carità e nella giustizia, perché i cristiani martiri oggi si ribellano al dominio del denaro». Esempi di una amicizia nella fede vengono dal racconto di Monica Attias, ricercatrice, circa la vicenda della comunità anglicana “Melanesian Brotherhood” in cui sette confratelli furono martirizzati nelle Isole Salomone, un martirio che ha contribuito alla pace. Ma non bisogna dimenticare la sofferenza delle antiche Chiese caldee e siriache che in Iraq e Siria hanno subito martiri per tutta la loro storia recente, dai primi del ‘900 ad oggi. A parlarne è monsignor Azhad Sabri Shaba, vescovo caldeo della diocesi di Duhok (Iraq), con un messaggio in cui rivendica la lunga tradizione di martiri della sua Chiesa.
«Ancora oggi spesso abbiamo una mentalità missionaria preconciliare, prediligendo l’aspetto quantitativo, mentre per Gesù noi siamo chiamati a essere “sale” e “lievito”, cioè pochi che cambiano la massa», afferma padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio missionario della diocesi di Roma, ricordando come il rischio di molti sia quello di vivere «in bilico tra l’intimismo e un attivismo che rischia di sfociare in filantropia» mentre la missione è «una chiamata non degli “specializzati” ma di tutti i battezzati, e si svolge non nelle parrocchie, ma nei quartieri». La missione, aggiunge, è «contrastare la cultura dello scarto e la globalizzazione dell’individualismo e proporre la globalizzazione intelligente che è il Vangelo».
In conclusione dell’incontro, due videomessaggi. Il primo è quello del cardinale Giorgio Marengo, che dalla Mongolia spiega come la missione sia «paragonabile al respiro, fatto di due movimenti: il primo in cui si torna sempre al cuore di Cristo, il secondo in cui si è inviati amando coloro a cui siamo mandati». Per il vescovo di Rumbek Christian Carlassare, dal Sud Sudan, «non siamo detentori di una verità che va insegnata ma testimoni che la portano nella vita delle persone». Carlassare, comboniano, quando arrivò in diocesi nel 2021 venne ferito da quattro proiettili alle gambe a causa della grave tensione nel Paese:. «Come si risolve la violenza? Col perdono, facendo vedere che anche il proprio pastore ferito si rialza e prosegue nel Vangelo», afferma. Infine, suor Antonietta Papa, delle Missionarie Figlie di Maria, che viene da Lampedusa, racconta con passione e commozione l’arrivo delle centinaia di migranti ogni giorno e dello sforzo costante di dare dignità a chi arriva con niente, in fuga dalla guerra e della violenza: «Per me sono davvero la carne di Cristo».
18 marzo 2024

