Dalla Asl Roma 1 sportelli di fragilità per i giovani
Intervista al direttore generale Giuseppe Quintavalle, che rivendica «l’impegno sul territorio per la salute mentale ». E aggiunge: « Vogliamo una medicina di prossimità nuova»
La Asl Roma 1 insiste su uno dei territori più strategici e al tempo stesso complessi della Capitale. Opera tra grandi istituzioni, ospedali noti a livello internazionale, quartieri segnati da fragilità sociali. Con il direttore generale Giuseppe Quintavalle abbiamo analizzato i punti di forza, le criticità e le prospettive, ponendo attenzione a temi come la salute mentale, l’assistenza domiciliare e le liste d’attesa.
Qual è il bacino di utenza e quali le realtà che gestisce la Asl Roma 1?
La Asl Roma 1 ha un milione e 200mila abitanti e una situazione geografica differente a seconda del territorio. Si va dal distretto 1, quello dei palazzi di governo, alle periferie dove ci sono problematiche importanti di deprivazione sociale. Abbiamo da un lato la fortuna di gestire un meraviglioso patrimonio umano, dall’altro le criticità che ne conseguono. Nel territorio sono presenti anche i privati accreditati più importanti, come il Policlinico Universitario Agostino Gemelli, risultato il numero uno tra i grandi ospedali a livello internazionale. Per noi è un vanto: la Asl Roma 1 collabora attivamente con la sanità pubblica e il privato accreditato è parte del sistema pubblico.
Quali i punti di forza?
Le Case della comunità aperte al territorio, da far conoscere. Abbiamo iniziato con iniziative dedicate alle malattie rare, con visite gratuite e Open day. Proseguiremo con altri eventi. Siamo disponibili a collaborare con cittadini e associazioni che vogliano utilizzare le nostre strutture per affrontare situazioni di fragilità sociale.
Quale l’attenzione riservata alla salute mentale?
Lavoriamo sia sui giovani sia sugli adulti. Per i primi c’è tanto da fare. Dal lavoro portato avanti nelle scuole con la Questura e la presidenza del Consiglio emergono dipendenze già a 12 anni. Per gli adulti guardiamo con attenzione alla fascia di età che va dagli 80 ai 100 anni. È una fortuna avere una fascia d’età così longeva ma dobbiamo stare attenti perché lì si annida la malattia del secolo, la solitudine, che porta alla depressione.
Quali le cause dei disagi?
Nei giovani i fattori sono variegati. Oggi assistiamo al fenomeno molti follower e pochi amici, poca vita reale. Questo purtroppo già da bambini sta scatenando una serie di reazioni che portano nei casi peggiori all’hikikomori, quindi al ritiro sociale, nel migliore dei casi a forme di depressione che però vanno curate. Nelle Case della comunità abbiamo attivato degli sportelli di fragilità con l’obiettivo di intercettare in anticipo i segnali di allarme e arrivare prima a una diagnosi. Scuole, ragazzi e chiunque abbia bisogno di essere ascoltato può rivolgersi ai Punti unici di accesso, alle centrali operative territoriali e agli sportelli dedicati. Per quel che riguarda gli anziani, bisogna evitare la medicalizzazione e stare vicini alle famiglie e ai caregiver. Stanno nascendo cohousing abitativi e vorremmo avviare modelli sperimentali di amministratori di condominio, figure sociosanitarie che possano intercettare i bisogni. In alcuni distretti abbiamo avviato team di comunità attraverso i centri anziani.
Come potenziare l’assistenza domiciliare?
Stiamo attivando la telemedicina nei percorsi diagnostico-terapeutici e nelle Case della comunità saranno seguite le tre patologie croniche: diabete e malattie metaboliche, patologie cardiache e patologie respiratorie.
Tra le preoccupazioni dei cittadini figurano le liste di attesa. Come abbatterle?
Da un anno tutte le liste d’attesa, compresi i privati accreditati, sono inserite nel ReCup. Come Asl, in qualità di committenza, abbiamo acquistato prestazioni per le aree più critiche. Esiste anche un pass di garanzia: attraverso il nostro portale o i Cup, con impegnativa e priorità, si può richiedere la prestazione. Tuttavia bisogna dire che non tutte le richieste sono appropriate. Studi epidemiologici indicano che solo il 30% delle prestazioni richieste è realmente appropriato. Serve quindi un cambiamento culturale, sia da parte dei cittadini sia dei medici, per garantire la sostenibilità futura del sistema.
Quali gli obiettivi futuri?
Garantire la presa in carico dei cittadini quando serve. Vogliamo una medicina di prossimità nuova, in cui il territorio non sia solo il luogo della prestazione ambulatoriale ma della presa in carico complessiva. Viviamo un momento complesso, con un disagio sociale che si riflette anche sulle strutture sanitarie, con episodi di aggressione.
10 marzo 2026

