Dallo stile di Ruffato la fede nella letteratura

Le storie dello scrittore brasiliano vengono raccontate con tale rapidità esecutiva da porsi quale elemento essenziale della narrazione

Le storie dei “Fiori artificiali”, dello scrittore brasiliano, vengono raccontate con tale rapidità esecutiva da porsi quale elemento essenziale della narrazione

Luiz Ruffato, nato nel 1961 a Cataguases, è uno dei migliori scrittori brasiliani contemporanei. Come evidente dal suo nome, ha origini italiane. Infatti nel Minas Gerais, la regione da cui proviene, i nostri connazionali emigrarono alla fine del XIX secolo. Furono i coloni di quel grande Paese. Non a caso il tema cardine di Ruffato sembra essere quello delle radici strappate, che in lui si complica nella riflessione sull’identità intesa quale provvisorio adesivo da porre sull’umana fragilità.

Senonché questa direttrice poetica è l’architrave della cultura modernista, secondo la linea magistrale di Luigi Pirandello e Ferdinando Pessoa, quindi non può bastare a definire un romanzo come Fiori artificiali (La Nuova frontiera, pp. 166, 15,50 euro). Intendiamoci: la struttura del testo è innegabilmente novecentesca (l’autore raccoglie le memorie di una specie di alter ego, Dorio Finetto, il funzionario bancario pronto ad ascoltare la voce degli sradicati che ha incontrato nei suoi giri intorno al mondo), ma le storie che leggiamo ci vengono raccontate con una rapidità esecutiva talmente caratteristica da porsi quale elemento essenziale della narrazione.

Siamo quasi sempre posti di fronte a uomini disperati che s’innamorano di donne sbagliate e cercano di rimediare a errori compiuti da loro stessi, oppure da chi li ha preceduti. Fra le numerose vicende, ambientate soprattutto in America Latina ma anche in Europa e a Beirut, resta nella memoria il segreto del Gordo, personaggio bonario e sereno, padre di famiglia, amante del calcio e del buon cibo che, dietro questa apparenza, coltiva una strana inquietudine. Prima di congedarsi da Finetto, entrato nella sua vita con tranquilla noncuranza, gli confida la ragione profonda della malinconia da cui sente di essere intriso.

Da bambino era stato abbandonato dal padre che, dopo tanti anni, aveva ritrovato in Uruguay. L’uomo idealizzato dal Gordo si rivela un mentecatto, privo di qualsiasi scrupolo. Sono pagine di grande forza che lasciano il segno. Luis Ruffato descrive gli ambienti, sunteggia esistenze, illumina scorci, velocissimo, senza andare a capo, quasi volesse toglierci il respiro, farci sentire l’ansia del tempo che scorre: «Questo ragioniere burocratico e insensibile», così verso la fine del testo viene definito. È proprio il taglio stilistico di enunciazione continua, nel quale i fatti della vita vengono accostati uno all’altro con mossa repentina, quasi a sentenziare una fatalità irrimediabile, nell’evocazione di un presente continuo, a dare spessore lirico alla trama dei racconti giustapposti.

È illusorio pretendere di controllare gli intrecci scaturiti dalle azioni che compiamo. Dove troveremo la pace agognata? In quale modo potremo dare senso alle nostre ricerche inesauste? Luiz Ruffato si pone le domande senza procedere oltre. Ma nel suo tentativo di “riscrivere” le vite altrui declina una fede superstite nella letteratura.

 

6 luglio 2015