«L’acqua primo elemento, / l’Oceano padre di tutti gli dèi: / Poseidone devo cantare, gran dio / d’acque salse nutrici di vita, / di cavalli e terremoti, / signore di Atlantide, maestro del tridente». Esordisce così Piero Boitani (Roma, 1947), nella versione di Rosita Copioli, perché il libro è composto in inglese: The Five Elements, I cinque elementi (Mondadori, Lo Specchio, prefazione di Stephen Greenblatt). L’autore punta alla fusione fra dimensione mitica e sfera quotidiana per illustrare l’Acqua, il Fuoco, la Terra, l’Aria e l’Etere. Sin dal primo poemetto emergono i viaggi, dalla costa laziale al New Mexico, da Patrasso alla traversata atlantica verso Manhattan, rimirati e conosciuti nella fibra dell’eroe omerico e dantesco, aggiornata al delirio del capitano Achab che, inseguendo Moby Dick, chissà forse vorrebbe uccidere «il grande dio, andando così oltre / lo Zarathustra di Nietzsche», sino ad azzardare un confronto tra il naufragio di Ulisse e l’oscura colpa di un’America condannata a pagare «il suo peccato originale».
Riflessione al tempo stesso lirica e sapienziale quella di Piero Boitani, fra Lucrezio e Derek Walcott, di grande suggestione storica nella vertigine sfolgorante del fuoco di Efesto, specie quando rievoca le città incendiate, non solo quelle antiche, Gerusalemme e Roma, ma tutte le innumerevoli altre di tempi ben più vicini a noi: «Costantinopoli, Londra, Parigi, / Mosca, Hong Kong, Boston, / New York, Valparaiso, Toronto / e Montreal, Halifax e Shanghai, / Tokyo e Smirne, Bergen / e Stoccolma, Amburgo, Dresda e la maggior parte delle città tedesche…», alle quali potremmo purtroppo aggiungere molte di quelle che oggi si affacciano dai piccoli e grandi schermi. Senza dimenticare le lave capaci di sprigionare spaventose energie sotterranee negli scenari sudamericani: «I miei ultimi vulcani sorsero / nel deserto di Atacama nel Cile, / il luogo più secco della Terra, dove / puoi vedere le stelle così chiare / come se fosse nello spazio aldilà / nell’atmosfera del pianeta…».
La percezione infantile della Terra, “materia e mater”, si lega alle vacanze estive nelle Dolomiti, raggiunte da Roma dopo faticosi e lunghi tragitti ferroviari. Ariele monta la guardia ai venti impegnati a spaziare ovunque, governa e orienta gli zeffiri, compresa «la tramontana / leggera che scende / a settembre dalle colline toscane… » preferita dallo scrittore. «Soltanto sul Monte Olimpo / sede serena degli immortali», nell’etere sovrano, il cui vuoto risulta insopportabile agli esseri umani, potremmo tuttavia trovare la vera, autentica quiete. Forse Boitani la vide da piccolo, ammirando la luna da molto vicino, «il più emozionante di tutti i corpi celesti» che, rovesciando l’immagine del tramonto presente nell’ultimo Leopardi, gli parve “l’alba della Terra”: «Sorrideva come la dea della bellezza quando / sulla conchiglia affiorò nel mare silenzioso».
28 luglio 2026

