Dare spazio e ascolto alla fragilità e riconoscerne i segni

Importante verso i figli, per non sottovalutare i passaggi critici, ma anche nella coppia, per favorire il confronto delle emozioni inespresse

«La fragilità è la tendenza di alcuni materiali a rompersi bruscamente senza che avvengano precedentemente deformazioni e snervamenti; rappresenta un tipo di rottura piuttosto pericolosa e quasi sempre non desiderata; spesso è un effetto collaterale di un trattamento di indurimento». Se non avessi volutamente tralasciato un passaggio, che fa esplicito riferimento al significato come caratteristica dei metalli, non sarebbe stato possibile trovare sorprendenti coincidenze in aree del tutto differenti della nostra esperienza.

Se proviamo a rivolgere questa stessa definizione verso quanto si osserva in un organismo umano, è facile asserire che i principali problemi di salute di ciascun individuo derivano esattamente da questo “rompersi bruscamente” di strutture organiche, di equilibri preesistenti, laddove si sia instaurato, nel tempo, un irrigidimento dei tessuti che compongono la struttura stessa… l’aterosclerosi ne è la rappresentazione più comune e drammaticamente presente nella realtà di tutti i giorni, nell’esperienza di tutte le famiglie, con gli effetti spesso devastanti in esito alla rottura di un tessuto vascolare divenuto fragile.

In genere vi è un corteo di segni e sintomi caratteristici di fasi antecedenti, che potrebbero consentire di prevenire l’evoluzione del processo patologico o, quantomeno, di rallentarne la progressione. Si parla di prevenzione primaria, intendendo l’attuazione di abitudini e stili di vita che mirano ad evitare l’insorgenza degli squilibri che rappresentano il “primum movens” della sequenza di fenomeni organici all’origine degli accidenti cerebrovascolari: alimentazione controllata, basata sulla cosiddetta “dieta mediterranea”, controllo dei fattori di rischio (colesterolo, ipertensione arteriosa, fumo, glicemia), attività motoria adeguata all’età.

Ma se continuiamo, sullo stesso registro, a trasporre in altri campi l’enunciato iniziale, è possibile trovare suggestioni su aspetti della vita affettiva, trovando una indiscutibile analogia nell’indurimento degli scambi nella vita di relazione, nel loro inaridirsi e irrigidirsi, con la formazione di stratificazioni che tendono a degenerare e che indeboliscono la relazione, al punto tale da causare una brusca rottura degli equilibri affettivi stessi, con conseguenze spesso devastanti per i soggetti maggiormente esposti e quindi più vulnerabili.

Potremmo pertanto giungere a concludere che le problematiche della vita familiare derivano non infrequentemente dalla mancata percezione di una fragilità che sta mettendo a repentaglio l’equilibrio di un componente del nucleo, e ciò porta, nel tempo, verso quell’indurimento affettivo che è all’origine del distanziamento e della conflittualità dei rapporti, che si appesantiscono in senso patologico se non si riesce a riconoscerne la significatività, a farne una tempestiva diagnosi.

«Ci sono umane situazioni che ci rendono fragili, o ancora più fragili, dilatando in noi il male di vivere», afferma Eugenio Borgna, psichiatra e psicoterapeuta, nel suo libro “La fragilità che è in noi”, che parla di fragilità come «umana esperienza dotata di senso«, «fa parte della vita, ne è una della strutture portanti, una delle radici ontologiche».

È facile riconoscere la fragilità di un bambino affetto da una disabilità, che non riesce a raggiungere gli stessi risultati dei coetanei nelle tappe di sviluppo e che si trova in una condizione svantaggiata sul piano funzionale e relazionale. In genere ciò porta i genitori a concentrare le energie verso il soggetto più debole, a spendere risorse per favorire il recupero nelle aree deficitarie, talvolta perdendo di vista le esigenze degli altri figli, oppure non riuscendo a coinvolgerli in modo funzionale nel riassetto familiare dovuto alle domande ineludibili che pone la presenza di una disabilità in un figlio.

Così, può succedere che per prevenire le fragilità del più debole non si intravedano per tempo quelle che possono nascondersi in chi appare più resistente, o cosiddetto “normale”. Accade, per esempio, che un fratello del bambino disabile viva un disagio sul piano affettivo, cui reagisca con una fase depressiva, oppure scivolando progressivamente verso esperienze di devianza minorile.

È necessario non sottovalutare qualsiasi passaggio critico osservato nei figli, leggerlo e interpretarlo con il suo stesso aiuto, in modo da potergli essere di supporto. Ciascuno deve sentire di essere parte delle dinamiche quotidiane, sentendosi riconosciuto nel proprio temperamento e nel proprio ruolo.

Alla stessa maniera, non riuscire ad interpretare un comportamento del partner come riflesso di un momento di fragilità vera, non intravederne le cause, presi spesso dalla frenetica successione della routine quotidiana nella sua ineluttabilità, dando per scontato che il partner stia comprendendo il proprio pensiero attraverso ciò che è abituale, può condurre a fraintendimenti e determinare l’instaurarsi di un malessere più profondo, con il progressivo inaridimento delle reciproche attenzioni e il sopravvento dei pregiudizi, anche di quelli apparentemente superati, che diventano giudizi di valore, pregiudicano la qualità dei sentimenti e compromettono la complicità comunicativa.

Spesso l’incomprensione si insinua laddove non ci si aspetterebbe che ci sia una sofferenza profonda, come il periodo della gravidanza e del parto, in cui è la donna a dover sostenere non solo la fatica fisica per la nuova vita che cresce nel suo grembo, ma anche il continuo riequilibrio psicologico che comporta il passaggio dalla condizione di figlia e moglie a quella di madre. E di quei passaggi il coniuge difficilmente riesce a cogliere la profondità, trattando come normalità aspetti che sovente sconfinano nella depressione vera e propria, facendo così incrementare il senso di solitudine e di fragilità quando si vorrebbe avere accanto un solido conforto. Questo mancato riconoscimento, questa sedimentazione irrisolta, può diventare ingombrante fino a costituire motivo di crisi coniugale.

Occorre dare spazio ed ascolto alla fragilità altrui, aspettare che le resistenze si riducano e i risentimenti si attenuino, lavorare sull’accettazione delle debolezze e dei limiti per poter ritrovare una nota sintonica, semplice, condivisibile, a partire dalla quale impegnarsi per ricreare un’armonia… e per farlo bisogna accettare di compromettersi, di esercitare quella misericordia reciproca che è l’anticamera del dialogo, e che prima che altrove guarda verso le proprie fragilità e i propri limiti. Poiché nulla di ciò che attiene alla persona amata è estraneo alla propria realtà.

Cogliere i segni del malessere familiare permette di accedere, quando se ne ha la consapevolezza, alla figura del terapeuta, per agire su ciò che ostacola la comunicazione e favorire l’ascolto reciproco ed il confronto delle emozioni inespresse. Allo scopo di ridare forza, al di là dei pregiudizi, a ciò che unisce la coppia. (Roberto Rossi)

3 maggio 2019