Dario Argento si racconta al Cineforum Seraphicum

Dopo la proiezione di “Occhiali neri”, il dialogo a tutto tondo con il pubblico. Il ricordo della mamma e della nonna, la passione per la musica, le amicizie. E la fede

Viene accolto da un lungo applauso, Dario Argento, quando entra nella sala del Cineforum Seraphicum, subito dopo la proiezione del suo ultimo film, Occhiali neri. Si siede e inizia a rispondere con pacatezza alle domande degli organizzatori e del pubblico. Parte dal ricordo di sua madre, «fotografa specializzata in ritratti femminili. Andavo a scuola non lontano dal suo studio e dopo le lezioni la raggiungevo per tornare a casa con lei. Per anni ho fatto i compiti lì, vedendo i volti di attrici italiane e straniere passare sotto le sue luci. Questo mi ha colpito e quando ho realizzato il mio primo film ho scoperto che mi trovavo più a mio agio con le attrici che con gli attori: in quasi tutti i miei film ci sono protagoniste donne». Tra le tante, Dario Argento ricorda la giovanissima Jennifer Connelly di Phenomena: «Oggi è famosissima, ha vinto l’Oscar, ma quando ha lavorato con me era praticamente una debuttante: aveva tredici anni».

C’è chi, tra le protagoniste dei suoi film, inserisce anche le colonne sonore. Lui risponde partendo dalla sua «passione per la musica, nata forse molti anni fa»: il ricordo, stavolta, va a sua «nonna che aveva un palchetto all’Opera e nessuno della famiglia voleva accompagnarla, perché nessuno amava l’opera. L’accompagnavo io, e pian piano ho cominciato ad apprezzare la musica». Prima la «classica», poi «tutti i tipi di musica». Ricorda di aver «conosciuto i Pink Floyd, perché volevo che facessero la musica di Profondo Rosso, poi realizzata dai Goblin con un bellissimo rock progressivo, e di aver conosciuto i Genesis»; di aver «lavorato con Bryan Eno, Bill Wyman e Keith Emerson», senza dimenticare «i cinque film con Ennio Morricone». Definisce la grande amicizia con lui e con sua moglie «un’esperienza indimenticabile». Sull’apprezzamento per la colonna sonora di Occhiali neri, spiega come cercasse «un musicista nuovo: cerco sempre qualcosa di nuovo». Ha «trovato in Francia quello che forse è oggi il più grande musicista di musica elettronica al mondo: Arnaud Rebotini. Abbiamo lavorato affettuosamente insieme» e l’esperienza «potrebbe ripetersi perché forse il prossimo anno farò un altro film in Francia».

Tra le amicizie ricordate, anche quella con Mario Bava e suo figlio Lamberto: «Eravamo una famiglia»; e una battuta anche sul suo passaggio per il cinema western, con il soggetto di C’era una volta il West di Sergio Leone, scritto insieme a Bernardo Bertolucci: «Fu quasi per caso. Me lo chiese Sergio Leone. Ero appassionato di John Ford, Howard Hawks, Sam Peckinpah, ma il mio interesse, fin da giovanissimo, da quando lessi i libri di Edgar Allan Poe, era per il thriller, l’horror e il giallo. Quei romanzi così impressionanti, affascinanti e forti, mi fecero scoprire il mondo diverso e bellissimo dei fantasmi e del surreale. Ho fatto il liceo a Parigi e il pomeriggio andavo spesso alla Cinemateque dove proiettavano molti capolavori del passato. Mi appassionavo a quei film meravigliosi che poi mi hanno spinto a fare il cinema».

Un cinema, quello di Dario Argento, nel quale torna il tema della cecità: «Il cinema è visione, è l’occhio che guarda; in Opera c’è l’ossessione dell’occhio dell’assassino che vuol far vedere per forza le sue opere alla protagonista, per cui le mette degli aghi sotto gli occhi». Un cinema abbondante anche di animali. Di cani, come in Occhiali neri, ma anche di insetti, come in Phenomena: un film «molto legato alla passione della protagonista per gli insetti», con «milioni di mosche, bombi, api e mosconi», realizzato senza «gli effetti speciali elettronici che oggi si farebbero al computer», ma con «mosche vere e con  un consulente entomologo». Un lavoro «complicatissimo!».

Quando gli viene chiesto se crede nell’aldilà, Dario Argento risponde così: «Credo. Sono un credente. Lo sono in modo profondo, e sono contento di essere qui al Seraphicum con i frati francescani». Sull’interesse a girare una serie televisiva, precisa di aver «già realizzato, negli anni settanta, agli inizi della carriera, un lavoro per la tv intitolato La porta sul buio». Poi spiega: «In questo momento mi interessa di più fare cinema». Una battuta anche sul remake di Suspiria diretto da Luca Guadagnino: «Non mi ha molto soddisfatto. Mi è sembrato che non avesse niente a che fare col mio film. Altro stile, altro modo di raccontare, altra musica». Prima di essere premiato con una targa del Cineforum Seraphicum, il maestro italiano del cinema horror parla del suo modo di trovare le location: «Si gira in auto, si guarda, si studia. A Torino giravamo in macchina col mio scenografo senza una geografia esatta. Vedevamo una casa che ci piaceva e la fotografavamo. Così abbiamo scoperto la famosa villa di Profondo Rosso. Nessuno ce l’aveva indicata».

28 novembre 2022