Don Luigi Di Liegro, testimone di carità e di giustizia

La Messa nell’anniversario della morte, con l’omelia di don Luigi Ciotti: «Accanto ai poveri, portando nelle mani e nel cuore il Vangelo e la Costituzione»

La Messa nell’anniversario della scomparsa con l’omelia di don Luigi Ciotti: «Accanto ai poveri, portando nelle mani e nel cuore il Vangelo e la Costituzione»

«Ha saldato il legame con il cielo nell’ascoltare e tentare di placare la fame di giustizia degli uomini, qui, in terra». Don Luigi Ciotti tiene l’omelia della Messa in ricordo di don Luigi Di Liegro, uno fra i maggiori protagonisti della vita religiosa di Roma dagli anni Settanta fino alla sua morte nel 1997. A presiedere la celebrazione, martedì 13 ottobre nella basilica dei Santi Dodici Apostoli, nell’anniversario della scomparsa, è il vescovo Matteo Zuppi. Nel ricordare «l’ironia e la forza» di Di Liegro, fondatore e primo direttore della Caritas romana, la cui attività in favore degli ultimi – dai disabili ai senza tetto, dagli immigrati ai malati di Aids – lo ha portato a collaborare, e spesso a scontrarsi, con le autorità politiche della città, don Ciotti recupera il pensiero del prete gaetano, ma romano d’adozione, per il quale «carità e giustizia sono indivisibili», laddove per carità non si intende «la beneficenza ma la costruzione di percorsi che restituiscano la dignità alle persone». La concezione che Di Liegro aveva del volontariato – di cui oggi fanno testimonianza le mense, le case-alloggio e i centri di ascolto – poco si sposa, infatti, con il gesto dell’elemosina che a lungo andare produce più ingiustizia di quanti pensi di eliminarne. Consapevole che «i poveri non chiedono, ma sono invece costretti a chiedere», sarebbe molto più utile, alla comunità intera, concepire «progetti inclusivi».

Ecco perché «chiediamo – è l’appello del fondatore di Libera, l’associazione contro le mafie – che ci sia una politica vera: il sostegno agli ultimi è un principio etico che deve precedere ogni calcolo. Non è politica quella che si allontana da questi contesti». E allora «dare speranza a chi la speranza l’ha perduta è un atto coraggioso». Troppo «tiepidi e prudenti», di quante «omissioni» e di quanti «silenzi complici» ci si rende protagonisti? Eppure, come era solito dire Di Liegro, «non si può amare a distanza restando fuori dalla mischia, senza sporcarsi le mani, ma soprattutto non si può amare senza condividere». Come a ribadire che le parole servono a poco se non sono accompagnate – o meglio, precedute – dai fatti. Ciotti ricorda allora la «strada»: quella che «ancora una volta insegna il cammino quaggiù e insegna a guardarci dentro, come è stato per Di Liegro, a faccia a faccia con la realtà delle baracche nel primo incarico, dal ’53 al ’64, presso la parrocchia di San Leone I al Prenestino». Da lì arrivarono tutte le battaglie successive: per i carcerati, per gli immigrati, per coloro che non hanno un lavoro «condannati, allora come oggi, a una morte civile e sociale». E poi il convegno diocesano del 1974 (definito “sui mali di Roma”), di cui Di Liegro era stato fautore «e che aveva avuto grande risonanza nel mettere in luce le debolezze e le mancanze» della Capitale.

«Ma non era, e non è, solo Roma – mette in guardia don Ciotti -. È la storia del Paese e mai come ora, dinanzi a una tale povertà culturale e una tale sproporzione di diritti, deve alzarsi un grido, avendo nelle mani e nel cuore, proprio come faceva il caro Luigi, il Vangelo e la Costituzione italiana». C’è «molta politica nel Vangelo – chiarisce il sacerdote -, essendo essa il servizio per il bene comune, ma c’è molto Vangelo nella Costituzione, là dove si stabilisce il diritto a vivere in pace». E la lezione di Di Liegro resta ancora valida, come è stato anche ricordato nel pomeriggio, in occasione della presentazione a Palazzo Valentini del libro “Misericordia e carità nel pensiero di Luigi Di Liegro”, a cura della Fondazione che del sacerdote porta il nome e a cui hanno preso parte il suo presidente, padre Sandro Barlone, lo storico Carlo Felice Casula e Maurilio Guasco, autore della biografia di Di Liegro. «Lasciamoci guidare da lui, chiedendoci cosa avrebbe fatto in situazioni di ferite come quella che oggi stiamo vivendo ma chiediamo anche scusa – conclude monsignor Zuppi, richiamando la responsabilità collettiva di quanto sta accadendo alla città di Roma e all’Italia stessa – per il modo che abbiamo, anche nella Chiesa, di discutere tra noi senza metterci in strada ad aiutare gli altri».

14 ottobre 2015