Don Ravagnani: «La Chiesa deve fare i conti con la comunicazione»
A Tor Sapienza l’incontro con il prete “youtuber”. «C’è bisogno di dare più spazio ai ragazzi. Le parrocchie siano luoghi dove possano sentirsi a casa e invitare altri amici»
Il segreto della felicità? L’amicizia. Ne è convinto don Alberto Ravagnani, il prete con oltre 500mila follower tra Instagram, YouTube, TikTok e Facebook. Sabato 17 febbraio è stato ospite della parrocchia di Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de’ Paoli a Tor Sapienza per una serata di animazione, testimonianze, catechesi e adorazione eucaristica. «Bisogna essere amici per essere felici», ha detto don Alberto agli oltre 550 ragazzi provenienti da tutta Roma che hanno partecipato all’incontro voluto dai giovani dell’oratorio San Vincenzo de’ Paoli. Con loro, anche il vescovo ausiliare del settore Riccardo Lamba.
Il sacerdote brianzolo ha preso spunto dalla notizia del ritiro dalle scene musicali del cantante Sangiovanni, il quale ha dichiarato di non star bene e di non riuscire a fingere di essere felice. «È un problema che hanno molti e che forse non viene adeguatamente compreso – ha affermato -. Oggi lo si mette sotto il cappello di salute mentale ma il tema è la felicità. Non stiamo costruendo una società dove le persone possono essere felici. Tanti ragazzi sono depressi, tristi, mediamente stanchi a livello spirituale. Gli amici sono il segreto per essere felici. Attraverso l’amore vero di amici veri si può arrivare anche a scoprire l’amore di Dio e questa è veramente la risposta a quello che il cuore desidera».
Classe ’93, ordinato sacerdote nel 2018, da cinque mesi vicario parrocchiale a San Gottardo al Corso sui navigli, a Milano, si è guadagnato l’appellativo di prete “youtuber” con il quale dice di avere «ormai fatto i conti. Innanzitutto sono prete. Mi trovo a esserlo nel 2024 e quindi ad avere a che fare con social network e con i ragazzi che abitano i social, per cui sto facendo anche questo». I primi video risalgono al periodo del lockdown, quando si è visto costretto a indossare i panni del regista-protagonista-montatore di catechesi per essere vicino ai ragazzi dell’oratorio. Prima di allora aveva «un rapporto piuttosto freddo e utilitaristico» con i social. Ma perché continuare anche dopo il Covid? «Perché ha funzionato – dice -. I social mi hanno permesso di raggiungere ed essere raggiunto da migliaia e migliaia di ragazzi che attraverso Instagram si sono messi in contatto con me, si sono aperti e hanno confidato i loro problemi. Guardando i miei video sono tornati in parrocchia e alla fede. I social sono riusciti a creare delle relazioni tra i ragazzi, relazioni che poi hanno la capacità di vivere anche fuori dal virtuale».
Riflettendo sul fatto che le chiese si stanno però “svuotando” dichiara che «oggi la Chiesa deve fare i conti con la comunicazione. Abbiamo delle cose da dire, però dobbiamo trovare i giusti modi, canali, tempi, linguaggi. Non basta la teologia, non basta l’esperienza pastorale degli anni passati. Il mondo è cambiato, per cui dobbiamo essere capaci di adattare il nostro linguaggio affinché le cose che vogliamo dire possano essere comprese». Per don Alberto c’è inoltre da considerare la questione “attrazione”. «I ragazzi sono attratti dai coetanei. Nel momento in cui ci sono giovani belli, svegli, santi, luminosi, allora sono capaci di attirare altri giovani. C’è bisogno di dare più spazio ai ragazzi, fare in modo che le nostre parrocchie siano luoghi dove possano sentirsi a casa e quindi invitare altri amici».
La serata è stata promossa perché la parrocchia di Santa Maria Immacolata e San Vincenzo de’ Paoli quest’anno «si è data come impegno quello di essere chiesa missionaria che si rivolge all’esterno senza usare linguaggi convenzionali – spiega il parroco, padre Valerio Di Trapani -. La sfida oggi non è portare la gente in chiesa ma portare la Chiesa alla gente. Gesù riempiva le strade. L’esperienza di fede vissuta in comunità è molto importante, coinvolge molti. Noi dobbiamo raggiungere tutti».
L’incontro è stato aperto da Francesco, 19enne di Arezzo che da qualche mese vive a Milano in “Fraternità”, la community fondata da don Ravagnani. Con altri sei giovani è in discernimento vocazionale. Ha raccontato la sua conversione avvenuta due anni fa durante un ritiro parrocchiale con alcune suore. «Doveva durare 4 giorni ma in realtà è durato un mese perché tutti siamo stati contagiati dal Covid – ricorda -. Avevo iniziato a frequentare cattive compagnie, giravo per locali. Durante il ritiro, invece, ho trascorso ore in adorazione e la mia vita è cambiata. Ora sono molto felice».
Daniele, 22 anni, è cresciuto nell’oratorio San Vincenzo de’ Paoli. Felice per la riuscita dell’incontro, riflette che «coinvolgere i coetanei non è sempre facile. Il nostro compito è quello di avere un atteggiamento cristiano in ogni occasione, dimostrando con i fatti l’incontro con Cristo. È la testimonianza ad attirare». Elisabetta, 20 anni, comprende gli amici che preferiscono trascorrere le serate nei locali invece che in parrocchia, anche lei ne ha fatto esperienza. «Niente, però, mi dava la gioia che trovo qui – afferma -. Qui c’è un’armonia che mi dà serenità. Molti sono lontani perché pensano che la Chiesa propone “leggi” che limitano la libertà. Sono invece inviti che spianano la strada alla felicità».
19 febbraio 2024

