È Brexit: la Gran Bretagna lascia l’Ue. “Notizia grave per l’Europa”

La presidente della Camera Boldrini: «Dimostrazione degli esiti a cui ha condotto l’europeismo timoroso e incoerente»

La presidente della Camera Boldrini: «È la dimostrazione degli esiti a cui ha condotto l’europeismo timoroso e incoerente, insieme ai disastrosi effetti delle politiche di austerità»

La Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione europea. Al referendum ha votato a favore di questa soluzione il 51,9% dei britannici mentre si sono espressi per il “remain” il 48,1%. «Il popolo britannico ha votato a favore dell’uscita dall’Unione europea e questa volontà sarà rispettata», ha detto questa mattina, 24 giugno, il premier britannico David Cameron, che ha poi sottolineato che l’«economia britannica è fondamentalmente forte. C’è bisogno di una nuova leadership, ci dovrà essere un nuovo primo ministro eletto», ha spiegato, annunciando la sua intenzione di fare un passo indietro. «Amo questo Paese e sono onorato di averlo servito», ha aggiunto. Quindi ha spiegato che «servirà entro ottobre», quando ci sarà l’assemblea del partito conservatore, «un nuovo premier per guidare i negoziati di uscita con l’Unione Europea».

Analisti e bookmaker. Il risultato del referendum sul Brexit, con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sconvolge da subito gli equilibri politici in Uk. Un finale che ha preso alla sprovvista analisti finanziari e bookmaker: questi ultimi davano in vantaggio fino a poche ore dalla chiusura dei seggi il “remain”, la permanenza in Ue, a quota 1,20, con il “leave” a 3,80. Esito inatteso per il referendum, mentre adesso appare scontata la nomina di Boris Johnson come prossimo leader dei conservatori, proposta a 1,30. Quote a favore di “Bojo” anche come prossimo premier: le offerte sulle lavagne britanniche per l’ex sindaco di Londra sono a 1,70, a grande distanza tutti gli altri, a partire da Theresa May, fino ad oggi Segretario di Stato per l’Interno, proposta a 4,00 come prossimo leader dei Tories e a 3,50 come Premier. Arduo vedere come prossimo capo di governo un esponente laburista: su Jeremy Corbin si punta a 7,00. Ancora più difficile che la maggioranza, nonostante l’esito del referendum, vada al capo degli “euroscettici” britannici, Nigle Farage: il leader del partito Ukip come prossimo premier, al momento, è una scommessa da 34 volte la posta.

Le reazioni in Italia. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha avuto conversazioni telefoniche con Angela Merkel e Francois Hollande sulla situazione in Europa dopo l’uscita della Gran Bretagna. Molte le reazioni politiche. Tra queste, quella del presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi, che dichiara: «La decisione del popolo britannico apre straordinarie incognite nel futuro dell’Unione e dei suoi Paesi membri e può esaltare in generale i processi di disgregazione nelle istituzioni e nei popoli. L’Italia con il suo grande debito pubblico può essere particolarmente esposta ai molti fattori di instabilità. Ma più in generale avvertiamo la precarietà di tutti i paradigmi fondamentali su cui abbiamo a lungo vissuto. È davvero l’ora della responsabilità repubblicana innanzitutto per le forze politiche di governo ma anche per quelle di opposizione in presenza di atti di apertura delle prime. Qualunque proposta farà l’Italia per la nuova Europa e per il suo concorso alla stabilità globale sarà tanto più ascoltata quanto più sarà sostenuta da una nazione coesa o da larga parte di essa. Di fronte ad un tornante della storia la piccola politica muscolare interna deve cedere il passo alla ricerca di una visione comune, al reciproco ascolto, al desiderio di tutti di essere adeguati al tempo straordinario che viviamo».

Per la presidente della Camera Laura Boldrini, «il sì alla Brexit è una notizia grave per tutta l’Europa. Ora si apre un lungo e complesso periodo di negoziati per definire le modalità con le quali la Gran Bretagna si separerà dall’Unione, e c’è il rischio che in parallelo prenda forza la richiesta di altri Stati di uscire o di rinegoziare le condizioni della loro permanenza. Ma la vittoria del “leave” è soprattutto la dimostrazione degli esiti ai quali ha condotto l’europeismo timoroso e incoerente di questi anni, insieme ai disastrosi effetti delle politiche di austerità». Non si può dimenticare, infatti, che «per consentire alla Gran Bretagna di restare – prosegue – le erano state fatte concessioni che comunque intaccavano i principi e i valori fondamentali dell’Unione: era stata pericolosamente messa in discussione la libertà di circolazione e l’eguaglianza di trattamento sul lavoro tra i cittadini di un Paese e quelli degli altri Stati Ue, così come il godimento delle stesse prestazioni sociali. Neanche questo è servito».

Il referendum britannico, dice ancora Boldrini, «può tuttavia diventare un’opportunità di rilancio della costruzione europea se prevarrà la consapevolezza che è giunto invece il momento di una svolta strategica. Alle grandi sfide del presente, dal lavoro ai flussi migratori, dal terrorismo al cambiamento climatico, può rispondere solo un’Europa politicamente più unita e più forte. I Paesi che non avvertono l’urgenza di procedere verso una maggiore integrazione europea ma sono disponibili a condividere soltanto il mercato interno non devono sentirsi costretti in un percorso che non li convince. Però non possono pretendere di frenare tutti gli altri». Per Boldrini, infine, «è il momento di lavorare ad un’Europa a due cerchi. Il primo, più ampio, caratterizzato da una dimensione prevalentemente economica, come era la vecchia Comunità Economica Europea. Il secondo, più ristretto, che faccia perno sui Paesi dell’Eurozona, integrato politicamente, con una piena condivisione di responsabilità, la cui anima, superando l’assetto intergovernativo, sia il Parlamento europeo, eletto direttamente con liste transnazionali, che, oltre a fare le leggi, dia la fiducia a un vero Governo europeo. È con questo obiettivoche nel settembre scorso, insieme ai miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ho sottoscritto a Montecitorio la Dichiarazione “Più integrazione europea: la strada da percorrere”. Oggi sotto quel testo ci sono le firme di ben 15 Presidenti di assemblee parlamentari di 13 Paesi dell’Unione. Chiediamo attenzione all’impatto sociale delle scelte economiche e puntiamo a costruire un’Unione federale di Stati. Soltanto così l’Europa potrà uscire dalla palude nella quale sta affondando».

Per Romano Prodi, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Europea, «i cittadini non odiano l’Europa, odiano questa Europa. Odiano la gestione di questi anni, odiano una politica che non capiscono». E continua: «L’esito del referendum britannico è indubbiamente clamoroso ma io oggi dico: calma e gesso. La riflessione importante da fare è che le classi abbienti hanno votato per il “remain” e le classi povere invece per il “leave”. Nel mondo, non solo in Inghilterra, le proteste si stanno condensando nei ceti che soffrono per la globalizzazione e l’Europa è vista come una parte di questo processo». Per Prodi, «quella britannica se vogliamo è anche una bocciatura dell’idea stessa di Europa così com’è, perché la gente se vede un’Europa ferma, che rinvia le decisioni, che non si occupa di capire le tensioni e i problemi delle popolazioni dei singoli Stati, inevitabilmente, si allontana. Da anni ormai diciamo che questa politica europea dell’austerità “tedesca” non ci piace e sta rovinando l’Unione». E conclude: «La bocciatura britannica dimostra come questo malessere sia radicato non nei centri delle città ma nelle periferie, dove appunto si soffre questa paralisi europea. La decisione britannica potrebbe avere anche forti conseguenze interne, visto che in Scozia e Irlanda del Nord la vittoria del sì all’Europa ha assunto dimensioni cosi elevate da far pensare che possa fungere da trampolino per rivendicazioni autonomiste. Rivendicazioni che potrebbero coinvolgere anche altre realtà europee, come la Catalogna in Spagna».

Infine Debora Serracchiani, vice segretaria Pd, scrive sui social: «Brexit è il prezzo pagato alla miopia e alla lunga inerzia europea. Non sono più segnali, è ultima sirena d’allarme per l’Ue. Poi si torna a Yalta».

24 giugno 2016