È morto Lauda, il pensiero al Nürburgring e a Ferrari

Tre volte campione di Formula 1, di cui due con la casa di Maranello. Nel 1976 il terribile incidente. I ricordi di Pino Allievi, storica firma della Gazzetta dello Sport

Niki Lauda, tre volte campione di Formula 1, si è spento nella notte tra il 19 e il 20 maggio a 70 anni in una clinica svizzera. È la famiglia a comunicarlo. Gli è stata vicino fino alla fine. Otto mesi fa aveva subito un trapianto di polmoni, poi una complicanza ai reni lo ha stroncato. Aveva subito due trapianti di rene: uno donato dal fratello Florian nel 1997 e uno dalla seconda moglie Birgit Wetzinger, nel 2005. Ad agosto aveva subito un altro trapianto di polmone. Pino Allievi, storica firma della Gazzetta dello Sport, opinionista Rai e suo amico, commenta: «È un brutto giorno». Fa una pausa. Fu il primo a intervistarlo dopo il trapianto ad agosto. «Anche un computer si ferma»: questo era il soprannome, per la precisione che contraddistingueva Lauda. Solo una patologia così poteva staccarlo dal mondo della Formula 1, che con lui formava un binomio unico.

Aveva fondato due compagnie aeree: la Lauda Air e la Fly Niki. Era presidente non esecutivo della scuderia Mercedes AMG F1 dal 2012. Nato a Vienna il 22 febbraio 1949, Lauda aveva esordito in F1 nel 1971 con una March. Ha ottenuto tre titoli mondiali: nel 1975 e nel 1977 con la Ferrari, nel 1984 con la McLaren. Ha disputato 171 Gran Premi riportando 25 vittorie, 24 pole position e giri veloci. Nel 1976 il grave incidente in Germania sul circuito del Nürburgring, da cui uscì vivo per miracolo: la sua monoposto si incendiò causandogli ustioni di terzo grado su tutto il corpo. I fumi danneggiarono i polmoni, nell’impatto perse il casco. Il tipico cappellino che poi lo contraddistinse serviva a coprire parte delle cicatrici. Il potenziale quarto titolo lasciato sulla pista del Fuji nel Gran Premio del Giappone nel 1976 sotto la pioggia torrenziale.

«Enzo Ferrari, anzi, il commendatore, come lo chiamava sempre Lauda, era convinto che avrebbe smesso di correre e contattò altri piloti. Invece Lauda stava bene e ci rimase molto male – continua Allievi -. Ferrari disse che era finito, aveva paura. In realtà ebbe paura solo quel giorno. La sua vita era più preziosa della corsa». Lauda lasciò la F1 la prima volta nel 1979. «Aveva deciso di ritirarsi perché si era annoiato. Poi, sistemata la compagnia aerea, cominciò a sentire il richiamo delle corse. Nel 1982 lo accompagnai con il suo aereo privato alla firma McLaren. Era entusiasta e in forma al 100%, da professionista».

In pista con lui in quegli anni anche il britannico James Hunt, che vinse il mondiale nel 1976. In realtà «la rivalità con James Hunt era inesistente, più che altro è servita per la trama del film “Rush”. Hunt era il suo miglior amico. In pista tra loro c’era solo agonismo. Avevano un appartamento insieme a Londra, andavano molto d’accordo». Un suo ricordo personale? «Lauda invitò me e Hunt a un concerto a Rio De Janeiro, c’era una bella armonia».

Dopo il ritiro definitivo dalle corse Lauda fu consulente per varie scuderie tra cui Ferrari e Jaguard. Ora restano il vuoto del grande campione, la grandezza delle sue vittorie, la nostalgia del suo cappellino che sbucava dal muretto dei box, la sua voce con accento tedesco dopo buona parte della sua carriera passata in Ferrari. Il vuoto per la sua famiglia.

21 maggio 2019