Francesco: «L’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio cuore»

La domenica del Papa, con la preghiera per le vittime della guerra, a Mosul, la visita alla comunità cristiana di Qaraqosh - invasa dall'Isis nel 2014 - e la Messa nello stadio di Erbil, Capitale del Kurdistan iracheno. «Adesso è il momento di ricostruire e ricominciare. La Chiesa vi è vicina»

Mosul, Qaraqosh ed Erbil: queste le tappe della terza giornata del Papa in Iraq, ieri, domenica 7 marzo. Il primo momento: la preghiera per le vittime della guerra, a Mosul. «Il tragico ridursi dei discepoli di Cristo, qui e in tutto il Medio Oriente, è un danno incalcolabile non solo per le persone e le comunità interessate ma per la stessa società che si lasciano alle spalle», le parole di Francesco, pronunciate nella piazza “delle quattro chiese”, il luogo dell’Iraq dove sono più evidenti le macerie frutto della violenza devastatrice dell’Isis, che ha costretto migliaia di famiglie cristiane alla fuga. Proprio a loro è andato l’invito del pontefice «a tornare a Mosul e ad assumere il ruolo vitale che appartiene loro, nel processo di risanamento e di rinnovamento».

Pregando «per tutte le vittime della guerra e dei conflitti armati», il pontefice si è soffermato sulle «tragiche conseguenze» della guerra e delle ostilità, «fin troppo evidenti» a Mosul. «Com’è crudele – ha detto – che questo Paese, culla di civiltà, sia stato colpito da una tempesta così disumana, con antichi luoghi di culto distrutti e migliaia e migliaia di persone – musulmani, cristiani, yazidi, che sono stati annientati crudelmente dal terrorismo, e altri – sfollati con la forza o uccisi! Oggi, malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio – ha aggiunto -, che la speranza è più forte della morte, che la pace è più forte della guerra. Questa convinzione parla con voce più eloquente di quella dell’odio e della violenza; e mai potrà essere soffocata nel sangue versato da coloro che pervertono il nome di Dio percorrendo strade di distruzione». E ancora: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è -, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è -, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è -, a noi non è lecito odiare i fratelli».

Dopo Mosul, il trasferimento a Qaraqosh, la principale città cristiana del Paese, con oltre 50mila abitanti, di cui il 90% cristiani. Dopo l’invasione da parte delle milizie dell’Isis, nell’estate 2014, e la fuga oltre 45mila cristiani – per lo più rifugiatisi nel Kurdistan iracheno -, nell’ottobre 2016 la liberazione e l’inizio della ricostruzione. Tra gli edifici recuperati – anche grazie all’aiuto della Chiesa e della comunità internazionale – la chiesa cristiana più grande del Paese: quella dell’Immacolata Concezione, dove il Papa ha incontrato la comunità cristiana, pronunciando il suo sesto discorso in Iraq, seguito dalla recita dell’Angelus.  «Sono grato al Signore per l’opportunità di essere in mezzo a voi questa mattina – le sue parole -. Ho atteso con impazienza questo momento. Guardandovi, vedo la diversità culturale e religiosa della gente di Qaraqosh, e questo mostra qualcosa della bellezza che la vostra regione offre al futuro. La vostra presenza qui ricorda che la bellezza non è monocromatica ma risplende per la varietà e le differenze». Attorno però, ha continuato Francesco, «vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra». Eppure «questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola – ha evidenziato -. L’ultima parola appartiene a Dio e al suo Figlio, vincitore del peccato e della morte. Anche in mezzo alle devastazioni del terrorismo e della guerra, possiamo vedere, con gli occhi della fede, il trionfo della vita sulla morte».

Quindi, una consegna: «Adesso è il momento di ricostruire e ricominciare, affidandosi alla grazia di Dio, che guida le sorti di ogni uomo e di tutti i popoli. Non siete soli! La Chiesa intera vi è vicina, con la preghiera e la carità concreta – la rassicurazione -. Questo è il momento di risanare non solo gli edifici ma prima ancora i legami che uniscono comunità e famiglie, giovani e anziani». E ancora: «Vi incoraggio a non dimenticare chi siete e da dove venite! A custodire i legami che vi tengono insieme, a custodire le vostre radici!». Riferendosi poi agli attacchi terroristici, il pontefice ha sottolineato l’esigenza del perdono, da parte dei sopravvissuti. «È una parola chiave – ha ribadito facendo eco a una delle testimonianze ascoltate poco prima -. La strada per una piena guarigione potrebbe essere ancora lunga ma vi chiedo, per favore, di non scoraggiarvi. Ci vuole capacità di perdonare e, nello stesso tempo, coraggio di lottare. So che questo è molto difficile. Ma crediamo che Dio può portare la pace in questa terra. Noi confidiamo in Lui e, insieme a tutte le persone di buona volontà, diciamo “no” al terrorismo e alla strumentalizzazione della religione. La memoria del passato plasma il presente e ci porta avanti verso il futuro – ha fatto notare, a proposito degli orrori del terrorismo e della guerra -. In ogni momento, rendiamo grazie a Dio per i suoi doni e chiediamogli di concedere pace, perdono e fraternità a questa terra e alla sua gente».

Da ultimo, la preghiera «per la conversione dei cuori e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e dell’amore fraterno, nel rispetto delle differenze, delle diverse tradizioni religiose, nello sforzo di costruire un futuro di unità e collaborazione tra tutte le persone di buona volontà». E ancora un grazie, «a tutte le madri e le donne di questo Paese, donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite. Che le donne siano rispettate e tutelate! Che vengano loro date attenzione e opportunità!», l’auspicio di Francesco. Nel pomeriggio, poi, la seconda e ultima Messa in Iraq, allo stadio Franso Hariri di Erbil, Capitale del Kurdistan iracheno.

«Qui in Iraq, quanti dei vostri fratelli e sorelle, amici e concittadini portano le ferite della guerra e della violenza, ferite visibili e invisibili», ha esclamato Francesco nella sua omelia, invitando a seguire Gesù sulla «via di Dio», che parte dall’esigenza di «ripulire il cuore», affinché «possiamo costruire una Chiesa e una società aperte a tutti e sollecite verso i nostri fratelli e sorelle più bisognosi», resistendo «alla tentazione di cercare vendetta, che fa sprofondare in una spirale di ritorsioni senza fine». Agli iracheni il Papa ha chiesto quindi di essere «strumenti della pace di Dio e della sua misericordia, artigiani pazienti e coraggiosi di un nuovo ordine sociale. Comunità cristiane composte da gente umile e semplice diventano segno del Regno che viene, Regno di amore, di giustizia e di pace», ha assicurato, invitando a riconoscere «la presenza del Signore crocifisso e risorto in mezzo a noi». La Chiesa in Iraq, è l’omaggio del Papa, «ha fatto e sta facendo molto per proclamare questa meravigliosa sapienza della croce diffondendo la misericordia e il perdono di Cristo, specialmente verso i più bisognosi. Oggi, posso vedere e toccare con mano che la Chiesa in Iraq è viva, che Cristo vive e opera in questo suo popolo santo e fedele».

Al termine della Messa, il congedo dall’Iraq: «Grazie a tutti! In questi giorni passati in mezzo a voi, ho sentito voci di dolore e di angoscia ma ho sentito anche voci di speranza e di consolazione», il bilancio di Francesco. Questo, ha rilevato, «è merito, in buona parte, di quella instancabile opera di bene che è stata resa possibile grazie alle istituzioni religiose di ogni confessione, grazie alle vostre Chiese locali e alle varie organizzazioni caritative, che assistono la gente di questo Paese nell’opera di ricostruzione e rinascita sociale. Ora, si avvicina il momento di ripartire per Roma – ha proseguito – ma l’Iraq rimarrà sempre con me, nel mio
cuore».

8 marzo 2021