Gaza: anche la Santa Sede invitata al Board of Peace

Il cardinale segretario di Stato Parolin: «Questione che esige tempo per essere considerata». E sulle tensioni tra Stati Uniti ed Europa – che «aggravano il clima internazionale» – ha invitato a «discutere i punti controversi, senza entrare in polemica»

Il Board of Peace per Gaza e le tensioni tra Usa ed Europa, ma anche il diritto internazionale e la libertà di stampa, il Venezuela, l’Iran e la “terza guerra mondiale a pezzi”. È una conversazione ad ampio spettro quella avuta ieri, 21 gennaio, dal cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin con i giornalisti, a margine dell’incontro organizzato a conclusione dei festeggiamenti per i 25 anni dell’Osservatorio for independent thinking, all’Auditorium Antonianum.

Interpellato sulle tensioni tra Stati Uniti e Ue, ha osservato che «non sono salutari e creano un clima che aggrava la situazione internazionale che è di per sé grave. Io credo che l’importante sarebbe eliminare le tensioni, discutere sui punti che sono controversi, ma senza entrare in polemica e senza entrare in tensioni», ha aggiunto. Inevitabile la quesitone Gaza, e in particolare il tema degli inviti al Board of Peace voluto dal presidente Usa Donald Trump. «Sta chiedendo a vari Paesi di partecipare; mi pare di aver letto questa mattina sul giornale che anche l’Italia sta riflettendo se aderire o meno – sono le parole di Parolin -. Anche noi abbiamo ricevuto l’invito al Board of Peace per Gaza, il Papa l’ha ricevuto e stiamo vedendo che cosa fare, stiamo approfondendo. Credo che sia una questione che esige un po’ di tempo per essere considerata e per dare una risposta». In ogni caso, ha aggiunto, la Santa Sede si trova «in una situazione diversa rispetto agli altri Paesi, quindi sarà una considerazione diversa, ma io credo che la richiesta non sarà quella di partecipare economicamente».

Sempre Trump al centro delle domande dei giornalisti, dopo che a Davos ha affermato di amare l’Europa ma di non gradire la direzione che sta prendendo. «Questo è un suo punto di vista – è il commento del porporato -. Basta rispettare il diritto internazionale: credo che sia questo l’importante, al di là dei sentimenti personali, che sono legittimi. Rispettare le regole della comunità internazionale». E sul ruolo dell’informazione ha ribadito che «è importantissima la fiducia nella stampa» ma è altrettanto importante «l’uso responsabile della stampa, credo che sia questa la parola: un uso responsabile della stampa per cui si cerca di costruire e non di polarizzare o di distruggere».

Rispondendo ai giornalisti, il segretario di Stato ha ricordato anche i suoi 4 anni da nunzio apostolico a Caracas, in Venezuela. «Un Paese bellissimo», lo ha definito. «È stata un’esperienza emozionante», ha ricordato, anche se «già quando sono arrivato c’era tensione tra l’episcopato e Chavez, perché l’episcopato esprimeva critiche sulla linea politica del presidente; poi le cose sono peggiorate. Adesso ci troviamo in questa nuova situazione di enorme incertezza, difficile prevedere quale sarà l’evoluzione. L’importante è venire incontro alla popolazione che vive una grande crisi». Questo, ha sottolineato, è «lo sguardo della Santa Sede» nei contesti di conflitto e di cristi: «Prima di tutto c’è l’attenzione alle popolazioni, per cui le crisi comportano sofferenze inaudite. Non dobbiamo considerare i numeri, ma i volti», ha sottolineato rispondendo ad una domanda sulle proteste in Iran.

Nell’analisi di Parolin, l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi” con la quale Francesco descriveva la situazione internazionale è diventata ormai «realtà. Mi dispiace – ha aggiunto però – che poi queste frasi diventino semplici slogan, senza che si trovino soluzioni. Questo è un grande limite del mondo». Quindi, rispondendo a una studentessa liceale sul tema della minaccia nucleare, ha ribadito che «la Santa Sede ha sempre operato per il disarmo. Dobbiamo ridurre gli armamenti – ha ripetuto -, perché una volta che ci sono, poi vengono usati. La Santa Sede sostiene l’immoralità non solo dell’uso, ma del possesso delle armi nucleari».

Tornando quindi alla questione mediorientale, il cardinale ha dato voce alla sua convinzione che il conflitto tra Israele e Palestina sia la chiave della pace in tutta la regione. «Quando questo sarà risolto si risolveranno anche gli altri», ha affermato, ricordando che la Santa Sede ha riconosciuto lo Stato di Palestina da ormai 10 anni. La soluzione «ancora fattibile» sostenuta dalla Santa Sede, ha detto rispondendo alla domanda di un’altra studentessa, è quella dei “due popoli in due Stati”. «L’importante è trovare un accordo e dare una speranza al popolo palestinese. Vediamo cosa succederà al Board of Peace su Gaza. Si tratta di essere creativi – ha concluso – e trovare una formula che assicuri ai palestinesi il diritto a vivere in pace nella loro terra».

22 gennaio 2026