Gli itinerari romani dei santi della Misericordia

Nel libro di Laura Badaracchi, con le foto di Stefano dal Pozzolo, i luoghi della spiritualità meno conosciuta. Il ricavato andrà in beneficenza

Nel libro di Laura Badaracchi, con le foto di Stefano dal Pozzolo, i luoghi della spiritualità meno conosciuta. Il ricavato andrà in beneficenza 

«All’annuncio del Giubileo della Misericordia ho pensato che avrei voluto fare anch’io qualcosa di concreto per aiutare le persone in difficoltà. Così è nata l’idea di scrivere questa guida sui luoghi meno conosciuti di Roma». Itinerari normalmente esclusi dai grandi circuiti del pellegrinaggio e del turismo nella capitale, «caratterizzati tuttavia dalla presenza storica, artistica e devozionale, di grandi santi» anche perché «i santi sono sempre stati miei compagni di viaggio».

Laura Badaracchi, giornalista e scrittrice, spiega la scintilla che ha acceso in lei il desiderio di realizzare una sorta di atlante, “I santi della misericordia. Itinerari a Roma e dintorni” (Edizioni Ecra), la cui prefazione è affidata al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Il volume raccoglie curiosità, pillole d’arte, informazioni e immagini (realizzate da Stefano dal Pozzolo, dell’agenzia “Contrasto”) su quelle figure, uomini e donne, che hanno messo in pratica per davvero la Misericordia lasciando traccia di sé nella storia, non solo cristiana.

Sono i santi Ignazio di Loyola, Camillo De Lellis, Rita da Cascia, Alfonso Maria De’ Liguori e ancora, solo per citarne alcuni, i martiri Lorenzo, Cecilia e Agnese. I diritti d’autore – è qui la “concretezza” di Badaracchi – saranno interamente devoluti in beneficienza al Centro Astalli, alla Caritas, al Progetto Ripa e alle missioni camilliane. Progetti, questi ultimi, presentati a Roma domenica 29 novembre nel corso di un incontro pubblico alla parrocchia di santa Giovanna d’Antida Thouret. «Tra i tanti meriti che ha il libro – racconta suor Paola Arosio, coordinatrice del Centro Arrupe -, c’è quello di aver permesso, attraverso questa presentazione, di far conoscere alle persone ciò che facciamo per coloro, i più fragili, che abitano la nostra città».

Nato nel 2001 nella periferia nord di Roma, in un ex albergo dei ferrovieri, il Centro Arrupe ospita nuclei familiari costretti a fuggire dal proprio Paese di origine a causa di guerre e persecuzioni. La struttura, che porta il nome del fondatore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, è la casa più grande tra quelle gestite dal Centro Astalli a Roma, oltre che la più articolata per il tipo di sostegno e accompagnamento che offre. Come Arosio, anche suor Vincenza Morelli appartiene alle Suore della Carità che, all’interno della Casa Generalizia in via di Santa Maria in Cosmedin, hanno aperto a loro volta una casa per rifugiate politiche. «Nel novembre 2013 la superiora generale Suor Nunzia e il suo consiglio esprimono il desiderio di “creare un piccolo segno per i poveri all’interno della curia generalizia”».

L’incontro con padre Giovanni La Manna, allora direttore del Centro Astalli, è illuminante: «Molto bella l’idea – dirà -, ma a Roma ci sono molte mense e, per quanto paradossale sia, di fame non muore nessuno». A quel punto condivide una sua preoccupazione: l’urgenza, piuttosto, di «aprire una casa per le seconde accoglienze dei rifugiati». Dopo una lunga riflessione, non priva di paure, le suore accettano.

«Sentiamo pressanti le parole del Papa – continua suor Vincenza – quando invita gli Istituti religiosi “a leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi”, “a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti”». Finiti i lavori di ristrutturazione, il primo luglio 2014 viene ufficialmente aperta la casa che, oggi, accoglie tre giovani donne e un bambino per i quali sperare in un futuro migliore non è più un’utopia. All’incontro ha preso parte anche fratel Dino De Carolis, dei Fratelli dell’Istruzione cristiana di Ploërmel, che ha raccontato – avendone pubblicato la biografia – la vicenda della piccola Antonietta Meo, altra venerabile di cui scrive Laura Badaracchi nel suo volume.

Antonietta è una bimba nata nel 1930 e morta a soli sei anni e mezzo a causa di un osteosarcoma che la costringerà anche all’amputazione di una gamba. La sua tomba si trova nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. «Se venisse proclamata beata – spiega fratel Dino -, sarebbe la più giovane beata, non martire, nella storia ecclesiale». L’esempio di fede della bambina dice «con i fatti – scrive Parolin – che le persone ferite hanno una speranza se permettono al Signore di accarezzare i loro cuori affannati, stanchi. Questa esperienza gratuita della misericordia innesca dinamiche sorprendenti, che auguro ai pellegrini e ai lettori di sperimentare».

 

30 novembre 2015