I 50 anni del Centro diocesano di teologia per laici

Il preside Sabetta: «Occasione per riflettere sul senso dello studio della teologia oggi, al tempo di Papa Francesco». Giuseppe Lorizio: «Riconoscere il laico non solo destinatario di contenuti ma protagonista»

Era il 1966 quando nasceva, nella diocesi di Roma, il Centro diocesano di teologia per laici. L’obiettivo: formare e rendere protagonista dell’annuncio cristiano il laicato. A 50 anni dalla conclusione del primo anno accademico del percorso triennale di studi, ieri, 9 maggio, all’Istituto Ecclesia Mater (Pontificia Università Lateranense), a cui il Centro afferisce dal 2006, si è svolta una conferenza con il teologo monsignor Giuseppe Lorizio.

A spiegarne le motivazioni, il preside del Centro don Antonio Sabetta. «In occasione di uno speciale anniversario – ha affermato -, abbiamo pensato di riflettere sul senso dello studio della teologia oggi, al tempo di Papa Francesco e in un contesto profondamente mutato rispetto al periodo post-conciliare». Il Centro diocesano di teologia per laici infatti fu un frutto del Concilio Vaticano II e «rispose in particolare alle indicazioni della costituzione Lumen Gentium che al capitolo secondo conferisce valore fondamentale, nella Chiesa, al ruolo del popolo di Dio – ha spiegato ancora Sabetta – ma è importante che chi annuncia il Vangelo lo annunci bene, con competenza, come Francesco sottolinea nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium».

Sono oltre 5mila i laici che in 50 anni hanno frequentato i corsi del Centro di teologia, che oggi ha 220 iscritti totali tra le sei sedi dislocate nei quattro settori della diocesi; le lezioni si svolgono il lunedì e il martedì in orario serale, compatibile con gli impegni lavorativi e familiari. Tenere corsi di teologia per laici «non è offrire un indottrinamento né fornire strumenti spendibili nella catechesi o nel servizio in parrocchia – ha sottolineato Lorizio aprendo il suo intervento -: non si tratta di una teologia di serie B e quindi di valore inferiore a quella insegnata nelle università e nelle accademie», anzi, l’avvicinarsi alla teologia da parte del laicato richiede «un ripensamento dello statuto della teologia stessa che deve riconoscere il laico non solo destinatario di contenuti ma protagonista».

L’auspicio di Lorizio è quello di un cambiamento di prospettiva: «Dalla teologia per laici bisogna pervenire ad un laicato della teologia» ossia «è necessario prendere le distanze da un certo clericalismo accademico che vuole la teologia chiusa nel castello inaccessibile della cultura, propria degli addetti ai lavori». Si tratta di saper vedere nel laico «e nella cultura secolare non un nemico né una minaccia ma un’opportunità per un dialogo autentico perché siamo nel secolo e abitiamo il nostro tempo: da questo non si può prescindere».

Osservando come la teologia abbia carattere scientifico «quale sapere strutturato e pubblico», Lorizio ha evidenziato come «essa debba parlare al mondo ed essere presente nel dibattito sociale sui grandi temi della polis», non potendo esimersi «dal produrre un modello ermeneutico per l’interpretazione della realtà che non si riduca a semplice narrazione emotiva». Ancora, il teologo ha offerto delle indicazioni di metodo presentando il «carattere positivo della teologia che si fonda sull’analisi storica e critica dei testi – Bibbia e magistero -», che non può essere disgiunta «dal momento speculativo che interpella la nostra intelligenza e riguarda anche, etimologicamente, il “guardare attraverso lo specchio” ossia la contemplazione» affinché fare teologia non si riduca «ad una mera ripetizione di formule ma sia produzione di pensiero meditato».

Da ultimo, Lorizio ha messo in luce i due compiti della teologia odierna, non puramente accademica ma aperta e attenta al mondo moderno e globalizzato: «Deve farsi custode del destino dell’Occidente ricordando le radici su cui si fonda la nostra civiltà e cioè la cultura greca, il diritto romano e il Vangelo»; ancora, «deve saper mostrare una fede adulta e pensata attraverso il dialogo, per combattere ogni fondamentalismo» che non è solo islamico ma anche «cattolico e cristiano laddove si pensi di aderire in modo cieco ad un messaggio univoco e assoluto: nessuno “possiede” la verità in toto».

10 maggio 2018