I migranti e la riflessione sui “nervi scoperti” della società

A Santa Maria delle Grazie al Trionfale l’incontro con padre Camillo Ripamonti (Centro Astalli) e Yvan Sagnet, attivista camerunense

«L’integrazione non è mai a senso unico: anche noi dobbiamo lasciarci interrogare dalla ricchezza di persone provenienti da culture diverse. Solo assumendo un atteggiamento aperto, accogliente e inclusivo, si possono costruire comunità nuove e sempre più diversificate». Ne è convinto padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, intervenuto venerdì 6 dicembre sul tema “Migranti tra diritti e doveri” nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Un incontro che si inserisce nel ciclo di appuntamenti dal titolo “Una famiglia di famiglie” promosso dalla comunità parrocchiale per l’anno pastorale 2019-2020.

 «Il ripiegamento su noi stessi – ha osservato il gesuita – non ci consente di ascoltare in maniera critica ciò che viene raccontato in merito al fenomeno migratorio, di cui sempre più spesso si parla in termini di “invasione”». Una retorica, quest’ultima, smentita dai numeri: «La popolazione migrante nel nostro Paese si assesta intorno ai 5 milioni di persone su una popolazione italiana di 60 milioni – ha spiegato il presidente del Centro Astalli -. Siamo, quindi, nell’ordine dell’8%, ben al di sotto della media europea».

Flussi, quelli migratori, che interessano non solo l’Italia ma l’intero pianeta e che sono diretta conseguenza del cambiamento climatico odierno. «A livello globale – ha aggiunto -, sono circa 70 milioni i migranti forzati, ovvero persone costrette a spostarsi per le guerre o per eventi meteorologici estremi come desertificazioni e siccità. Di questi, circa 40 milioni sono sfollati interni che non varcano i confini dei loro Paesi». Dati emblematici che ci pongono di fronte ad una sfida culturale complessa ma profondamente funzionale alla valutazione e presa in carico di problemi sociali assai rilevanti. «L’arrivo dei migranti – ha concluso padre Ripamonti – ci invita ad aprire gli occhi su questioni che riguardano ciascuno di noi e che spesso sono dimenticate, come la salute, la casa e il lavoro. Queste persone, quindi, stimolando una riflessione collettiva sui “nervi scoperti” della nostra società, contribuiscono alla costruzione di un futuro migliore e diverso».

Parole che risuonano quanto mai veritiere se si pensa alla storia di Yvan Sagnet, ingegnere, scrittore e attivista camerunese, noto per il coraggio con cui ha animato il primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia. «Nel 2007 – ha raccontato – lascio il mio Paese e decido di iscrivermi alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino. Poi, nell’estate del 2011 perdo la borsa di studio e con essa tutta una serie di agevolazioni». Evento che cambierà radicalmente il corso della sua vita, rivelandogli da lì a poco il lato più oscuro del Paese che fin da bambino aveva tanto sognato e amato: «Quell’anno inizio a lavorare nei campi di pomodoro a Nardò, in Puglia, ed è lì che scopro il caporalato, la criminalità organizzata, il lavoro nero e le nuove forme di schiavitù». Le massacranti ore di lavoro, i salari irrisori e le condizioni di vita disumane spingono ben presto il giovane a organizzare una rivolta contro i caporali e gli imprenditori agricoli. «Lo sciopero, durato due mesi, ha suscitato una dinamica culturale tale da riportare il tema dello sfruttamento del caporalato all’ordine del giorno», ha spiegato Sagnet ricordando l’iter legislativo avviato dalla contestazione prima con l’articolo 603 bis del codice penale, poi con la legge 199/2016, «volta ad estendere la responsabilità non solo al caporale ma anche all’imprenditore».

Il suo impegno a favore della legalità e dei diritti dei lavoratori è proseguito nei fini dell’Associazione contro il caporalato “NoCap” di cui è fondatore. «Il caporalato è un fenomeno trasversale che colpisce circa 400mila braccianti, tra cui molti lavoratori italiani – ha commentato -. Una vera e propria emergenza a cui cerchiamo di far fronte mettendo a punto progetti volti alla creazione di una filiera alternativa e virtuosa in grado di valorizzare prodotti alimentari di qualità etica».

9 dicembre 2019