Il cardinale Ruini: «Promuovere la verità della fede»

Intervista al porporato, vicario del Papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008, che ha festeggiato70 anni di sacerdozio. «Verso Giovanni Paolo II un debito infinito». «Il “dopo”? Rimane un mistero. È Cristo che ci accoglie nella sua eterna pienezza di vita»

«Ho sempre cercato di difendere e promuovere la verità della nostra fede, nella sua integrità e nello stesso tempo in dialogo con la cultura di oggi». Lo sottolinea il cardinale Camillo Ruini, 94 anni nel prossimo febbraio, vicario del Papa per la diocesi di Roma dal gennaio 1991 al giugno 2008 e per 16 anni presidente della Conferenza episcopale italiana, nell’intervista a RomaSette in occasione del suo settantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Era l’8 dicembre 1954: era un Anno mariano, e a ordinarlo fu l’arcivescovo Luigi Traglia, all’epoca vicegerente della diocesi di Roma, nella cappella del Collegio Capranica dove Ruini si era formato.

Eminenza, oggi Lei arriva a un traguardo importante, settant’anni di ordinazione sacerdotale. Innanzitutto come sta? E qual è il suo stato d’animo di fronte a questa ricorrenza?
Sto bene, sebbene rimanga un cardiopatico piuttosto grave. Di fronte ai 70 anni di sacerdozio i miei sentimenti prevalenti sono la gratitudine al Signore e la consapevolezza della mia indegnità.

Qual è il suo ricordo di quell’8 dicembre 1954?
Ricordo bene che eravamo in sette a essere ordinati. Dietro di me avevano trovato posto i miei genitori e mia sorella. Ero felice e pensavo di aver raggiunto un traguardo fondamentale della mia vita.

Nel 1954 moriva Alcide De Gasperi, che aveva lasciato un’impronta decisiva sull’Italia del dopoguerra, Trieste tornava all’Italia e la Rai iniziava i suoi programmi televisivi. Che tempi erano per il nuovo sacerdote Ruini?
Veramente dopo l’ordinazione non ho iniziato subito il ministero ma sono rimasto per quasi tre anni al Collegio Capranica per completare gli studi. Mi sembra comunque che i tempi fossero abbastanza favorevoli, per l’Italia che era in pieno sviluppo e anche per la Chiesa: c’era ancora, nel popolo italiano, una fede diffusa.

Poco più di quarant’anni fa, quando fu nominato vescovo, scelse come motto episcopale il versetto del vangelo di Giovanni “La verità vi farà liberi”. Come ritiene di aver vissuto il suo ministero sacerdotale ed episcopale, avendo avuto come faro le indicazioni di questo motto?
Con tutti i miei limiti, penso di essere stato fedele a quel motto. Infatti ho sempre cercato di difendere e promuovere la verità della nostra fede, nella sua integrità e nello stesso tempo in dialogo con la cultura di oggi.

Se dovesse pensare a una persona o ad alcune persone in particolare che sono state importanti nella sua vita, a chi penserebbe?
A tanti uomini e donne, a cominciare dai miei genitori e da mia sorella, ma soprattutto a san Giovanni Paolo II, verso il quale ho un debito infinito.

Dopo settant’anni Roma è cambiata molto, anche se ancora persistono povertà, squilibri e disuguaglianze, e il tessuto sociale è disgregato. Cosa serve davvero a questa città?
Servono tante cose ma direi che serve anzitutto una maggiore sollecitudine e un più autentico impegno dei cittadini romani per la cura e lo sviluppo solidale della loro magnifica città.

Esattamente quindici anni fa il Comitato della Cei per il Progetto culturale – un Progetto che le stava particolarmente a cuore – dette vita a un evento internazionale dal titolo “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”. E oggi, alla fine del 2024? Se l’affermazione resta vera, quanto è diventato difficile parlare del Dio di Gesù Cristo e testimoniare la propria fede?
Quell’affermazione rimane pienamente vera ma certo le difficoltà della testimonianza cristiana sono aumentate. È aumentata però anche la sua necessità. Dobbiamo pregare ogni giorno il Signore perché ci doni autentici testimoni, a cominciare da noi stessi.

Tra pochi giorni Papa Francesco aprirà il Giubileo, un Anno Santo dedicato alla speranza in un tempo in cui prevalgono sfiducia, ansia e timore per il futuro. Qual è la sua speranza? E la speranza per la fede cristiana e per la Chiesa?
La mia personale speranza è rivolta anzitutto alla salvezza eterna. Fino a tutto il pontificato di Giovanni Paolo II ho sperato che almeno in Italia rimanesse viva una Chiesa di popolo. Oggi vedo che questo non è più possibile. Spero quindi che si avveri l’intuizione di Benedetto XVI sulle minoranze creative che fanno lievitare in senso cristiano le società in cui sono presenti.

Nell’ultima lettera alla moglie dalla prigionia, Aldo Moro scrisse: «Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo». Lei ha pensato a come potrebbe essere quel “dopo”?
Quel “dopo” rimane un mistero, finché siamo in questo mondo, ma ciò non significa che, alla luce della fede, non possiamo sapere nulla di esso. Quel “dopo” è Dio stesso, è Cristo che, se siamo fedeli, ci accoglie nella sua eterna pienezza di vita.

9 dicembre 2024