Il gesuita tedesco Augustin Bea, «cardinale dell’unità»

Alla Gregoriana l’incontro conclusivo dell’anno dedicato al tema delle relazioni ebraico-cristiane, nel 50° anniversario della morte del porporato

«Nel dialogo ebraico-cristiano è interessante non solo ascoltare ebrei e cristiani che presentano le proprie tradizioni gli uni agli altri ma anche sperimentare come la lettura dell’altro sulla nostra tradizione permette di illuminarla in modo nuovo». Padre Etienne Vetö, direttore del Centro Cardinal Bea per gli studi giudaici, descrive così lo spirito in cui si è svolto l’evento “Leggere le Scritture insieme” tenutosi ieri, 10 aprile, alla Pontificia Università Gregoriana. L’incontro è stato il momento conclusivo de “L’Anno del Cardinal Bea”, ciclo di conferenze che ha visto durante l’anno illustri studiosi cattolici, protestanti ed ebrei pronunciarsi sulle relazioni ebraico-cristiane, il dialogo ecumenico e gli studi biblici, per onorare il contributo dell’eponimo del Centro nel 50esimo anniversario dalla sua morte. Il «cardinale dell’unità», lo ha definito il cardinal Kurt Koch, successore di Bea in qualità di presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, intervenuto ieri in merito all’eredità del cardinale Bea, sottolineando in particolare l’insostituibile lavoro da lui svolto nella rivalutazione teologica dell’ebraismo.

Il gesuita tedesco Augustin Bea, professore di Sacra Scrittura e confessore di Papa Pio XII, nel 1960 fu nominato da Papa Giovanni XXIII presidente del neonato Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Questa carica lo rese una figura chiave nello sviluppo dell’ecumenismo e del dialogo ebraico-cristiano: fu infatti chiamato a lavorare al progetto della «nota sugli ebrei», che sarebbe poi divenuta il paragrafo sui rapporti della Chiesa col giudaismo del documento conciliare Nostra Aetate. «Dobbiamo essere grati che il cardinal Bea non abbia presagito fin da principio tutte le difficoltà che sarebbero derivate da questo lavoro» ha sostenuto Koch, ricordando la lunga e difficile storia della Dichiarazione, un «piccolo miracolo», viste le numerose opposizioni incontrate in sede preparatoria. Promulgata il 28 novembre 1965 da Paolo VI, Nostra Aetate rappresenta «una bussola per rifondare le relazioni ebraico-cristiane, una svolta nel dialogo che ha prodotto molti frutti». «Un documento profetico», continua Koch, grazie ai numerosi “studi biblici e teologici e un fraterno dialogo” susseguitisi nell’ultimo cinquantennio, ma anche all’«arricchimento offerto da parte di tutti i Papi in merito alle relazioni con i nostri “fratelli maggiori”». In particolare, il porporato ha richiamato le ripetute affermazioni di Papa Francesco riguardo al fatto che «un cristiano non può essere antisemita», e dunque la «responsabilità della Chiesa nel condannare e combattere le espressioni di antisemitismo, delle quali purtroppo assistiamo a una rinascita ai nostri giorni. Gli ebrei devono sapere che hanno in noi cristiani dei partner affidabili».

L’incontro, presieduto dal decano del Pontificio Istituto Biblico Peter Dubovksy, è proseguito con gli interventi della professoressa ebrea americana Amy-Jill Levine (Vanderbilt University), impegnata quest’anno in una serie di lezioni sul Nuovo Testamento presso il Pontificio Istituto Biblico, e dello studioso gesuita Jean-Pierre Sonnet, professore della Pontificia Università Gregoriana. Entrambi si sono detti accomunati da uno studio profondo e da una “santa invidia” della tradizione dell’altro. «Penso che la fedeltà di Dio sia più percepibile quando la vita è abbracciata dalla parola di Dio, più che dai concetti», ha affermato Sonnet, esprimendo il personale debito con i mentori ebrei che lo hanno introdotto alle modalità tipiche dell’interpretazione ebraica delle Scritture. «Anche se non adoro Gesù, il suo insegnamento mi affascina come studiosa e mi interpella personalmente come ebrea – ha confessato la Levine -. Imparando dalla tradizione cristiana, divento un’ebrea migliore».

Il Centro Bea si è avvalso della collaborazione del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei Cristiani, del Center for the Study of Christianity dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del Pontificio Istituto Biblico.

11 aprile 2019