Il Macro lancia il “Museo per l’immaginazione preventiva”

Il direttore Luca Lo Pinto parla del progetto triennale del polo di arte contemporanea. «Gratuità e trasversalità, per incuriosire un pubblico più ampio»

Da gennaio 2020 Luca Lo Pinto, classe 1981, dirige il Macro, il Museo d’Arte Contemporanea di Roma: un contenitore imponente per 10mila metri quadrati di esposizioni, quello che una volta era il birrificio Peroni di via Nizza, il cui restyling architettonico porta la firma di Odile Decq. Gestito oggi dall’azienda speciale Palaexpo, ente strumentale della Capitale, con Lo Pinto – che succede a Giorgio De Finis – il Macro volta pagina: gratuità e multidisciplinarietà caratterizzano il suo progetto triennale “Museo per l’immaginazione preventiva”.

Nome molto suggestivo: cosa significa realmente “Museo per l’immaginazione preventiva”​?
Il titolo si ispira all’Ufficio per l’immaginazione preventiva, ideato a Roma alla metà degli anni ‘70 da un gruppo di artisti: cappello sotto il quale si facevano progetti che coinvolgevano anche altri all’interno di uno spazio pubblico. Io ho deciso di rielaborarlo in quanto volevo che il titolo del progetto – museo dell’immaginazione preventiva, per l’appunto – affermasse in modo esplicito un elogio all’immaginazione come motore del museo e, più in generale, del modo di produrre conoscenza oggi. Oltre a trasmettere l’idea che forse si può tentare di riflettere su modelli alternativi di musei, diversi dai soliti che conosciamo, e per farlo, invece di privilegiare l’aspetto economico – che nei discorsi sull’arte è sempre l’argomento che ha più spazio – provare a rimettere al centro le idee. Dunque, sì, un nome molto complesso ma che abbiamo cercato poi di comunicare in modo accessibile ed è per questo che abbiamo scelto come immagine del Macro un polpo, cioè un animale che in sé rispecchia la complessità dei linguaggi, la multidisciplinarietà ma che allo stesso tempo è anche amichevole.

Durante il lockdown i musei si sono attivati online con la digitalizzazione delle opere. Secondo la sua concezione del museo, questo viaggio personalissimo – che l’utente fa attraverso diverse forme artistiche – non verrebbe forse a perdersi con il virtuale?
L’esperienza virtuale non può sostituire quella fenomenologica. Abbiamo assistito durante il lockdown a molti musei che si sono gettati nel digitale spesso limitandosi a tradurre delle cose, pensando che filmare una mostra con il telefonino potesse bastare. Questo per me è sbagliato e non perché è sbagliato usare il digitale ma, così come il reale ha delle sue specificità, il digitale ne ha altre. Credo allora che sia molto più interessante tentare di produrre arte avendo in mente un dato contesto. Quindi, se si invita un artista a produrre un’opera per uno spazio fisico, qual è il museo, poi quell’oggetto non lo si può spostare in un altro spazio perché non funzionerebbe a meno che l’artista non venga invitato a concepire l’opera per il contesto digitale.

museo macro romaQual è allora l’approccio del Macro con il web?
Abbiamo lavorato molto sulla nascita del sito ma non lo consideriamo una semplice vetrina. Al contrario, cerchiamo di espandere online ciò che c’è nella mostra fisica: quindi non una semplice traduzione ma un’espansione. Ad esempio su Instagram – che è oggi il social più usato dal pubblico per l’arte contemporanea – abbiamo scelto di non postare le immagini delle mostre ma di considerare quello spazio per produrre altro. Il digitale è dunque molto importante perché in un momento in cui le visite sono impedite chiaramente è il canale privilegiato, però non bisogna farsi ingannare poiché non può sostituire l’esperienza in presenza. Per raccontare un’esposizione non è sufficiente fare un video con il telefonino. Noi, ad esempio, abbiamo documentato la nostra prima mostra affidando una videocamera con ripresa a 360° a un bambino, a un cane e a un drone. Questo proprio per esplicitare che non esiste una oggettività nel riportare l’esperienza di una mostra e che essa è sempre parziale. Altro esempio: durante l’estate abbiamo organizzato la personale dell’artista Lawrence Weiner nel cielo tra Ladispoli e Anzio, sul litorale laziale. Ogni giorno, per 10 giorni, un aereo sorvolava le spiagge con un’opera di Weiner che veniva trainata da questi aerei che solitamente trainano banner pubblicitari.  Una mostra rivolta quindi a un pubblico di migliaia e migliaia di persone che, altrimenti e per diverse ragioni, non avrebbe mai potuto vederla.

Nella motivazione della sua nomina, la commissione ha ricordato il suo progetto come capace di contribuire a un maggior coinvolgimento di pubblici diversi. Come ci riuscirete?
Con lo strumento della gratuità e della trasversalità. Il motivo per cui il museo è visto come un mondo elitario è dovuto principalmente a due fattori: culturale ed economico. Culturale perché molte persone – spesso assecondando un luogo comune – sentono che è un tipo di linguaggio, criptico o difficile, che non si rivolge a loro. Economico per via dei costi: perché spendere 10 euro per una visita al museo in un momento in cui Netflix costa uguale e ti offre un’esperienza più ricca e con più intrattenimento? La gratuità diventa allora il primo modo per far sì che le persone possano mettere un piede nel museo. L’altro strumento è l’aver ripensato il Macro come una rivista multidisciplinare, con diverse rubriche, diverse sale espositive e diverse mostre che toccano ambiti come la musica sperimentale, ad esempio, il design, l’editoria o il cinema. Credo che questa trasversalità sia l’altro fattore determinante nel far incuriosire un pubblico più ampio, anche se ho tentato di privilegiare i giovani perché sono loro quelli di cui i musei soffrono maggiormente l’assenza.

In una società sempre più votata alla tecnica e alla tecnologia qual è il ruolo dell’arte?
La tecnologia è fatta per un sistema ultracapitalista e mira alla massima funzionalità ed efficienza. L’arte ha invece la funzione di mettere in crisi i sistemi e quindi decostruirli, nel senso di far riflettere ma è anche una forma di cura. Lo è sempre stata ma in questo momento è importante ancor di più.

22 gennaio 2021