Il Papa ha chiuso la Porta Santa della basilica di San Pietro
Concluso il Giubileo della Speranza. «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude quella della tua clemenza», la preghiera del pontefice. Nel silenzio, ha aggiunto nell’omelia della Messa, «il Regno di Dio germoglia già ovunque nel mondo»
Lo sguardo fisso di Papa Leone XIV rivolto verso la Porta Santa della basilica di San Pietro, poi la sua preghiera silenziosa in ginocchio sulla soglia e, ancora, quella in piedi dopo averne chiuso i battenti di bronzo. Sono le ultime istantanee del Giubileo ordinario 2025 ufficialmente concluso questa mattina, martedì 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore. In sottofondo l’inno “Pellegrini di speranza” che per tutto l’Anno Santo ha accompagnato i fedeli.
«Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la porta della tua clemenza, perché sempre sostieni quelli che vacillano, rialzi chi è caduto, apri la tua mano e ricolmi di beni chi in te confida», le parole della preghiera pronunciata dal pontefice durante il rito al quale hanno preso parte numerosi cardinali, tra i quali il vicario della diocesi di Roma Baldo Reina, il segretario di Stato Pietro Parolin, il cardinale decano Giovanni Battista Re. Nell’atrio della basilica anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, seduto accanto all’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Santa Sede. Terminato il rito, il Papa ha raggiunto in processione l’altare della Confessione per la celebrazione della Messa.
Un Anno Santo, quello appena concluso, in cui milioni di pellegrini, proprio come i Magi più di duemila anni fa, si sono messi in cammino assumendosi «la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio», ha poi sottolineato nell’omelia. Fedeli provenienti da ogni angolo del globo che «in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare». L’auspicio del vescovo di Roma è che abbiano incontrato sulla loro strada cuori pronti ad accoglierli e visitato luoghi che emanavano «il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato». Speranza alla quale hanno fatto seguito tre interrogativi del pontefice: «C’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?».
I fedeli che hanno percorso migliaia di chilometri per raggiungere Roma sono stati lo specchio di «vite in cammino» che, ha spiegato Prevost nell’omelia, hanno partecipato al Giubileo «venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuole essere il Dio-con-noi». Il Giubileo è un incontro con il Padre in grado di scardinare «antiche e nuove schiavitù», di coinvolgere «giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia». Un Padre che nell’agire «non fa rumore». Nel silenzio, «il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo. Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate».
Nella basilica gremita di fedeli, spiccano il bianco dei paramenti, il rosso degli addobbi floreali. Il clima di festa non distoglie il pensiero dai mali del nostro tempo, dalle guerre che affliggono tanti popoli. Il Papa è tornato a parlare di pace spiegando che amarla e cercarla «significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare». Tra i frutti del Giubileo, ci sarà la capacità «di riconoscere nel visitatore un pellegrino – si è domandato Leone –, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?».
Ai lati del baldacchino del Bernini sono stati appesi due arazzi con ricamati “La Natività” e “L’Adorazione dei Magi”. Un’immagine, quest’ultima, che insegna «l’Epifania della gratuità». I Magi, infatti, si prostrano davanti a un Bambino che «non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili», ha affermato Leone, riflettendo che Dio restituisce dignità a ciò che il mondo scarta. «Le sue vie – ha aggiunto – non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle».
L’invito finale è quello a continuare a essere pellegrini di speranza. «Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese – il monito finale del Papa -, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora».
Al termine della celebrazione il Papa si è affacciato dalla Loggia delle Benedizioni per la recita dell’Angelus. Sotto una pioggia battete ha esortato a rendere concrete le parole di pace e di amore di Cristo. «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli – ha esortato -, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada». In piazza anche gruppi folkloristici per il tradizionale corteo dei Re Magi.
Per l’atto finale del Giubileo ordinario del 2025, la questura di Roma ha predisposto un piano sicurezza, scattato alle 7 del mattino. Nonostante l’assenza di minacce concrete, l’attenzione è massima a causa del complesso scenario geopolitico internazionale. Oltre 100 agenti sono impiegati ai varchi sotto il colonnato del Bernini, controlli predisposti lungo Porta Angelica, piazza del Sant’Uffizio e via della Conciliazione, equipaggi dotati di droni e nuclei di pronto intervento dislocati in punti nevralgici.
6 gennaio 2025

