Il Papa: porre l’uomo a contatto con la Misericordia che salva

La Messa presieduta da Francesco nella basilica di San Pietro a conclusione dell’assemblea ordinaria sinodale dedicata alla famiglia

La Messa presieduta da Francesco nella basilica di San Pietro a conclusione dell’assemblea ordinaria sinodale dedicata alla famiglia

«Porre l’uomo a contatto con la Misericordia compassionevole che salva, specialmente oggi», evitando il rischio di una fede «arida» che può creare altri «deserti»: è il compito dei discepoli di Gesù indicato dal Papa nella Messa conclusiva dell’assemblea sinodale. L’atto finale di un evento molto atteso che conclude il cammino di un anno dedicato alla famiglia con due assemblee del Sinodo dei vescovi e il coinvolgimento della “base” con le risposte ai questionari.

Nella Messa presieduta ieri, domenica 25 ottobre, nella basilica di San Pietro e concelebrata da cardinali, patriarchi, arcivescovi Maggiori, arcivescovi, vescovi e presbiteri membri del Sinodo, Francesco ringrazia «per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia. Proseguiamo il cammino che il Signore desidera. Chiediamo a Lui uno sguardo guarito e salvato, che sa diffondere luce, perché ricorda lo splendore che lo ha illuminato. Senza farci mai offuscare dal pessimismo e dal peccato, cerchiamo e vediamo la gloria di Dio, che risplende nell’uomo vivente».

Commentando le letture della domenica – che «ci presentano la compassione di Dio, la sua paternità» – il Papa evidenzia questa paternità nel brano di Geremia, quando il popolo è deportato dai nemici e Dio «apre loro una via accessibile, una via di consolazione dopo tante lacrime e tante amarezze». Ma è in particolare attraverso il passo del Vangelo in cui si racconta del cieco Bartimeo che Francesco mette in luce la misericordia di Dio.

«Come il popolo d’Israele è stato liberato grazie alla paternità di Dio – spiega – così Bartimeo è stato liberato grazie alla compassione di Gesù», il quale «si fa coinvolgere dalla sua situazione. Vuole incontrarlo di persona. Non gli dà né indicazioni né risposte, ma pone una domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Con questo interrogativo diretto ma rispettoso, Gesù mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio». Ed «è bello vedere – aggiunge Francesco – come Cristo ammira la fede di Bartimeo, fidandosi di lui. Lui crede in noi, più di quanto noi crediamo in noi stessi».

«Solo l’incontro con Gesù – afferma il Papa – dà all’uomo la forza per affrontare le situazioni più gravi. I suoi non fanno altro che ripetere le parole incoraggianti e liberatorie di Gesù, conducendo direttamente a Lui, senza prediche. A questo sono chiamati i discepoli di Gesù, anche oggi, specialmente oggi: a porre l’uomo a contatto con la Misericordia compassionevole che salva. Quando il grido dell’umanità diventa, come in Bartimeo, ancora più forte, non c’è altra risposta che fare nostre le parole di Gesù e soprattutto imitare il suo cuore. Le situazioni di miseria e di conflitto sono per Dio occasioni di misericordia. Oggi è tempo di misericordia!».

Francesco mette in guardia però da alcune tentazioni. Due quelle evidenziate dal Vangelo della domenica. «Nessuno dei discepoli si ferma, come fa Gesù. Continuano a camminare. Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare. Si sta nel suo gruppo, ma si smarrisce l’apertura del cuore, si perdono la meraviglia, la gratitudine e l’entusiasmo e si rischia di diventare “abitudinari della grazia”.Possiamo parlare di Lui e lavorare per Lui, ma vivere lontani dal suo cuore, che è proteso verso chi è ferito. Questa – sottolinea il Papa – è la tentazione: una “spiritualità del miraggio”: possiamo camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti».

La seconda tentazione è quella che il Papa, con una delle sue originali espressioni, definisce “fede da tabella”. «Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi e ogni inconveniente ci disturba. Rischiamo di diventare come quei “molti” del Vangelo che perdono la pazienza e rimproverano Bartimeo. Gesù invece vuole includere, soprattutto chi è tenuto ai margini e grida a Lui. Costoro, come Bartimeo, hanno fede, perché sapersi bisognosi di salvezza è il miglior modo per incontrare Gesù».
26 ottobre 2015