Immigrazione, Finkielkraut e la crisi dell’Europa

L’immigrazione dei nuovi «dannati della terra» porta a un’osmosi dei popoli che è la sfida europea più grande. Se ne parla in “L’identità infelice”

L’immigrazione dei nuovi «dannati della terra» porta a un’osmosi dei popoli che è la sfida europea più grande. Se ne parla in “L’identità infelice”

Siamo in molti ad essere consapevoli che la crescente immigrazione dei nuovi «dannati della terra» nelle regioni più industrializzate del pianeta non può venire semplicemente governata dagli amministratori politici, grandi e piccoli, come se fosse sufficiente erigere cartelli legislativi per mettere le cose a posto. Si tratta di una osmosi di popoli che, fra le altre conseguenze, ci pone di fronte a noi stessi: alle incertezze di oggi e al peso del passato. In particolare gli europei devono intraprendere una sfida epocale.

È questo il tema cardine su cui riflette Alain Finkielkraut in L’identità infelice (Guanda, pp. 192, 18 euro), un libro uscito in Francia un paio d’anni fa e che solo ora viene pubblicato in Italia nella traduzione di Sergio Levi. È vero che l’Europa, come spesso diciamo, è nata nei monasteri benedettini, ma è altrettanto indubbio che oggi vive una crisi lacerante fra l’onta dei massacri novecenteschi che ancora si porta dietro e i persistenti nazionalismi, troppe volte isterici, coi quali deve giocoforza confrontarsi. Abbiamo la coscienza sporca. Vogliamo uscire dal solco della nostra storia sanguinosa. Puntiamo a sostituire i diritti dell’uomo a tutte le mistiche del sangue e del suolo.

Costruiamo ponti al posto dei muri. I poco esaltanti trascorsi coloniali ci spingono a diffidare di ogni missione educativa. Giusto. Ma tutto questo non ci fa più capire chi siamo. Rischiamo di precipitare in due strapiombi: la rivendicazione identitaria, quasi per proteggerci dal meticciato, e quello che Finkielkraut definisce «il romanticismo verso gli altri», come se, citando Defoe, Robinson Crusoe fosse stato definitivamente destituito da Venerdì. A lui la parola: caro indigeno, dimmi tu come si diventa uomo perché io l’ho dimenticato. Non è così che si fa. Claude Lévi-Strauss ci ha insegnato il contrario: per capire chi sono gli altri non dobbiamo rinunciare a noi stessi. Ma come recuperare la nostra tradizione in un mondo in cui l’arte di leggere e scrivere sembra decaduta?

L’interconnessione permanente ha preso il posto della concentrazione: lo sanno bene gli insegnanti quando vedono gli alunni sbadigliare dopo dieci minuti di lezione frontale. Lo stile non è più una qualità della visione. Ecco da dove nasce la crisi della convivenza nelle moderne democrazie occidentali: se l’uguaglianza delle posizioni di partenza si trasforma in una cancellazione delle gerarchie culturali, allora ci consegniamo alla disintegrazione della società contemporanea: ognuno rivendica il proprio diritto e afferma le sue ragioni. Al contrario, la democrazia dovrebbe essere un motore da accendere ogni giorno. Se lo teniamo spento, coi suoi nudi caratteri incisi sulle carte costituzionali, è la fine. Finkielkraut, francese figlio di ebrei polacchi, ci lascia scarsi margini di operazione. Pare pessimista. Dove troveremo la forza per smentirlo?

 

13 aprile 2015