In Eritrea a rischio la presenza cattolica

L’allarme lanciato da Acs, che dà voce alla Chiesa locale. «Il popolo come farà? Il mondo ci vede? O si accorge di noi solo quando si parla dei migranti?»

«Ci hanno impedito di offrire quel poco che riuscivamo a dare, in luoghi in cui nessuno si prende cura della popolazione, neanche lo Stato. Se il governo ci costringerà a chiudere anche le scuole i nostri sacerdoti e le nostre religiose troveranno un modo per sopravvivere. Ma il popolo come farà?». La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) raccoglie la testimonianza di una fonte vicina alla Chiesa eritrea, che per motivi di sicurezza preferisce restare anonima. Una testimonianza che punta il dito anzitutto contro l’indifferenza: «Ma il mondo ci vede? Oppure si accorge dell’Eritrea soltanto quando si parla dei nuovi migranti che giungono sulle coste italiane?».

La situazione nel Paese africano è drammatica. Nelle ultime settimane sono stati chiusi 22 centri sanitari di proprietà di congregazioni religiose o diocesi cattoliche, in nome di una legge del 1995 mediante la quale lo Stato si impone come unico gestore delle opere sociali. Altri 8 centri cattolici erano già stati confiscati tra il 2017 e il 2018. «Come potrà il governo portare avanti questo servizio, quando negli ospedali statali mancano attrezzature e risorse adeguate?». Le strutture dovrebbero divenire pubbliche ma «non c’è stato alcun trasferimento: gli agenti si sono limitati a sigillare tutto privando la popolazione di un servizio vitale. I pazienti erano di ogni fede, noi cattolici in Eritrea siamo appena il 5%». In molti casi poi insieme agli ambulatori sono state chiuse anche le attigue residenze delle religiose, le quali si sono dovute trasferire in altre case delle rispettive congregazioni. Per molte di loro non è neanche possibile lasciare il Paese, perché il governo non permette alle donne sotto i 40 anni e agli uomini sotto i 50 che non hanno prestato servizio militare di recarsi all’estero.

Ora si teme per le 50 scuole, dalle elementari alle superiori, e gli oltre 100 asili nido gestiti dalla Chiesa cattolica in Eritrea. Maggiori certezze sulla sorte degli istituti si potranno avere a settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico. Una decina di anni fa, senza alcun preavviso, gli alunni di una scuola gestita da una congregazione di suore erano stati tutti trasferiti a istituti statali. La scuola cattolica è stata riaperta soltanto quattro anni dopo. Lo scorso anno poi è stato chiuso anche l’unico istituto per seminaristi e religiose. «Adesso non esiste alcuna struttura in cui i candidati al sacerdozio e al noviziato possono studiare – è la testimonianza riportata da Acs -. La polizia ha anche arrestato una suora e un sacerdote perché si rifiutavano di fornire il nome degli studenti». Inoltre, il governo ha disposto che tutti gli alunni, inclusi quelli delle scuole cattoliche, debbano obbligatoriamente frequentare l’ultimo anno delle superiori in un istituto militare. «Gli studenti che non frequentano quest’ultimo anno non ottengono un diploma. Anche le religiose che operavano nei centri sanitari confiscati non hanno alcun titolo di studio e dunque non hanno possibilità di lavorare in altri ospedali».

Diversa la situazione della Chiesa ortodossa, che da oltre 10 anni ha ceduto all’imposizione di consegnare allo Stato tutte le offerte e i cui sacerdoti percepiscono infatti un salario da parte del governo. È successo nel 2006 quando il patriarca Antonios è stato posto agli arresti domiciliari, condizione in cui tutt’ora si trova, e sostituito con un patriarca scelto dal regime. «Hanno tentato lo stesso con noi cattolici ma abbiamo rifiutato. La nostra Chiesa è l’unica voce indipendente e per questo diamo molto fastidio alle autorità. Ma se elimineranno la nostra presenza, chi penserà al popolo eritreo?».

24 luglio 2019