In Libano «il fragile cessate il fuoco non garantisce l’assistenza umanitaria»
La denuncia di Azione contro la fame, che esorta la comunità internazionale a sostenere l’attuazione della tregua. Al momento, «condizioni di vita insostenibili»
Era il 27 novembre scorso, quando in Libano è entrato in vigore il cessate il fuoco con Israele. Un passo cruciale verso la de-escalation della violenza, accolto positivamente da Azione contro la fame. Tuttavia, «la situazione sul terreno rimane estremamente fragile», denunciano dall’organizzazione, rilevando che mentre le persone tentano di tornare a vivere nelle loro case, i gravi danni e la mancanza di infrastrutture essenziali per l’acqua, i servizi igienico-sanitari e l’elettricità rendono le condizioni di vita insostenibili, aumentando significativamente il rischio di malattie trasmesse dall’acqua.
Destano preoccupazione, in particolare, le segnalazioni di violazioni del cessate il fuoco, che «rischiano di vanificare gli sforzi già complessi per garantire la distribuzione di aiuti essenziali». Nonostante la tregua, infatti, l’accesso umanitario nel Paese continua a essere gravemente ostacolato, in particolare nelle regioni di confine, dove la logistica è già di per sé difficile. «Le condizioni instabili e la possibile escalation delle tensioni potrebbero comportare ulteriori ritardi nell’assistenza alla popolazione più vulnerabile, aggravando una situazione che richiede interventi urgenti e coordinati». Per questo Azione contro la fame esorta la comunità internazionale a sostenere e garantire l’attuazione del cessate il fuoco, per assicurare l’accesso ai bisogni fondamentali e il successo degli sforzi di assistenza e ricostruzione. E arrivare gradualmente a una pace duratura nella regione.
Nel frattempo, la distruzione o il danneggiamento delle abitazioni, delle infrastrutture essenziali, in particolare quelle relative ad acqua e servizi igienico-sanitari, sta complicando il ritorno a casa per molte famiglie, costrette a vivere in rifugi temporanei. Ad oggi, riferiscono dall’organizzazione, 396 siti collettivi ospitano ancora più di 22.200 persone sfollate. Inoltre, il coprifuoco a sud del fiume Litani e le restrizioni di accesso a 62 villaggi ostacolano ulteriormente i movimenti.
«Queste restrizioni, insieme ai rischi di ordigni inesplosi e contaminazione da mine, impediscono anche l’accesso umanitario e la capacità degli operatori di fornire assistenza tempestiva alle popolazioni colpite, mentre stiamo ampliando la distribuzione degli aiuti nelle aree più difficili da raggiungere. Garantire la sicurezza dei nostri team in condizioni così difficili rimane una priorità». Lo testimoniano i numeri: dal settembre scorso Azione contro la fame ha assistito oltre 46mila persone e attualmente sta rispondendo ai bisogni delle famiglie sfollate e di quelle che stanno tornando a casa, monitorando le dinamiche della popolazione, valutando i bisogni e analizzando i danni alle infrastrutture idriche, sanitarie e igieniche ai sistemi agricoli e alle strutture sanitarie, al fine di orientare gli sforzi di recupero.
«Le infrastrutture e i servizi essenziali nelle abitazioni sono seriamente danneggiati, con gravi interruzioni nei sistemi igienico-sanitari – riferisce Suzanne Takkenberg, direttore di Azione contro la fame in Libano -. Questa situazione comporta un significativo aumento del rischio di malattie trasmesse dall’acqua. La distruzione su larga scala, in particolare delle infrastrutture idriche e sanitarie, rappresenta un ostacolo critico per le famiglie che desiderano tornare alle proprie case. Per affrontare questa emergenza – prosegue -, Azione contro la fame sta collaborando attivamente con altri attori umanitari, coordinando gli interventi per garantire un’efficace gestione e chiusura dei siti destinati agli sfollati interni». Anche perché «l’inverno è arrivato e i rifugi non sono adeguati per affrontare le basse temperature».
L’organizzazione si sta impegnando quindi per fornire supporto immediato alle famiglie nei rifugi e a quelle che cercano di tornare, offrendo cibo, acqua, ripari, coperte, materassi, riscaldamento e assistenza. Ma peggiora l’insicurezza alimentare, con l’aumento dei prezzi e il crescente numero di persone che, avendo perso i propri mezzi di sussistenza, non riescono più ad acquistare cibo o a procurarsi gli utensili necessari. «È particolarmente critico – sono ancora le parole di Takkenberg – supportare le donne in gravidanza e le persone che si prendono cura di bambini piccoli per ridurre il rischio di carenze nutrizionali e prevenire la malnutrizione o ritardi nello sviluppo durante questo periodo di crescita vitale. Non stiamo solo fornendo cibo e istituendo cucine comunitarie nei rifugi, ma stiamo anche monitorando i casi di malnutrizione e fornendo cibo supplementare a madri e bambini».
12 dicembre 2024

