In Pakistan quasi 200 “Asia Bibi” di cui nessuno parla

La fondazione Aiuto alla chiesa che soffre, in visita nel Paese, punta i riflettori sui 187 cristiani in carcere per blasfemia. Chaudry (Commissione giustizia e pace): «Legge spesso usata per vendette personali»

187: la conta dei cristiani detenuti in carcere in Pakistan con l’accusa di blasfemia tocca cifre da record. Quasi 200 “Asia Bibi”, di cui però il mondo non parla. Condannati a morte, reclusi per anni, in attesa di procedimenti giudiziari senza fine. Di loro, nessuno sa niente. A parlarne alla delegazione della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre, in questi giorni in visita nel Paese asiatico, è Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp). A cominciare dai due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano, nei quali si articola la “legge antiblasfemia”: il comma B, che prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il comma C, che prevede invece la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.

«Si tratta di un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze – spiega Chaudhry -, spesso usato impropriamente per vendette personali. E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze». Come è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony, a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta il presidente dell’Ncjp accompagnando la delegazione di Acs in una visita all’insediamento, oggi ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.

Gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati; Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega l’avvocato Tahir Bashir -. L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio». Come nel caso di Asia Bibi, anche qui non mancano le irregolarità: la denuncia è stata presentata da un amico musulmano dell’uomo, Shahid Imran, in seguito a una lite. Due presunti testimoni – che in realtà non erano presenti al momento delle offese a Maometto di cui è incolpato Masih – si sono presentati soltanto due giorni dopo i fatti. «Le accuse a Sawan sono strumentali», spiega padre Yousaf, aggiungendo che il vero scopo era «cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».

Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad Acs -, so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!», afferma sicura.

13 febbraio 2019