La Questura di Roma ricorda i poliziotti uccisi degli anni di piombo
Inaugurato il Muro della Memoria, dedicato alle 31 vittime della polizia di Stato uccise negli attentanti terroristici avvenuti nella Capitale tra il 1979 e il 1984. Il questore Massucci: «Eroi»
Trentuno fotografie, trentuno nomi di uomini con accanto la pagina del giornale con la cronaca del loro omicidio. Storie ignote ai più, specie ai giovanissimi, che ora saranno perennemente ricordate grazie al “Muro della Memoria” allestito al piano terra della Questura di Roma, in via di San Vitale, inaugurato sabato 13 giugno. L’installazione è un omaggio alle 31 vittime della polizia di Stato uccise negli attentati terroristici avvenuti a Roma tra il 28 settembre 1970 e il 14 febbraio 1987. Tra loro anche i primi piani di Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, i tre poliziotti che facevano parte della scorta di Aldo Moro, uccisi nell’agguato di via Mario Fani, nel quartiere Trionfale, il 16 marzo 1978. Con loro, nella strage rimasero uccisi anche i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi. Per l’occasione, nel cortile della questura è stata esposta l’Alfa Romeo Alfetta 1.8 bianca sulla quale viaggiavano i tre agenti della polizia. Sottoposta a un capillare restauro conservativo, mostra ancora, nel lunotto posteriore e sulla carrozzeria, i fori di alcuni dei 93 colpi esplosi dagli uomini delle Brigate Rosse per rapire il presidente della Democrazia Cristiana, assassinato dopo 55 giorni di prigionia.

Erano i cosiddetti anni di piombo e gli omicidi furono «commessi per sovvertire l’ordine democratico del Paese», ha affermato il capo della polizia Vittorio Pisani. Ha inoltre ricordato i 2.555 poliziotti uccisi per mano di terroristi e mafiosi, riflettendo sul fatto che oggi «ereditiamo la serenità del lavoro quotidiano delle forze di polizia e l’unità delle istituzioni democratiche che in quegli anni sono state messe a dura prova. È bene che i giovani sappiano che i benefici di cui godono oggi sono frutto del sacrificio di chi ha perso la propria vita in quegli anni per difendere la Repubblica».
L’installazione permanente, ha spiegato il questore di Roma Roberto Massucci, «è figlia del rapporto mantenuto con i familiari delle vittime», molti dei quali erano presenti all’inaugurazione. Ascoltandoli, il primo dirigente di via di San Vitale ha compreso «la forza della memoria» e maturato la decisione di consegnare le storie delle vittime «ai giovani poliziotti come monito di impegno». Ha definito «eroi» gli agenti uccisi in quegli anni, molti dei quali appena ventenni, perché «la mattina salutavano le famiglie, uscivano da casa senza sapere se vi avrebbero fatto ritorno. Erano ben consapevoli che ogni giorno avrebbero potuto incontrare la morte per il solo fatto di essere poliziotti».
La cerimonia di sabato mattina ha aperto una giornata particolarmente impegnativa per le forze dell’ordine. Oltre 1.500 gli agenti che nel pomeriggio sono stati poi dislocati per «garantire la sicurezza» nei quattro cortei che hanno sfilato per le strade della Capitale. Manifestazioni, ha sottolineato Massucci, caratterizzate da «differenza di pensiero e, in alcuni casi, in contrapposizione tra loro». Le forze dell’ordine, ha specificato, «non sono mai presenti nei cortei per contrapporsi ai manifestanti, ma per assicurare che vi siano quegli spazi di agibilità e di espressione del pensiero che raccomanda la Costituzione».

Alla cerimonia, moderata dalla giornalista Safiria Leccese, hanno partecipato anche il vice capo della polizia vicario Carmine Belfiore, il vice capo e direttore centrale della polizia criminale Raffaele Grassi e il procuratore della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi. L’installazione è stata possibile grazie al contributo documentale del quotidiano romano “Il Messaggero”, le cui pagine di cronaca accompagnano il percorso espositivo. Per il direttore Roberto Napoletano, compito del giornalista è «quello di fare in modo che questi sacrifici aiutino a costruire e a consolidare la coscienza civile del Paese».
Presenti anche agenti sopravvissuti agli attentati terroristici, come Mirko Schio, gravemente ferito il 3 settembre 1995 in un agguato della Legione Brenno durante un giro di pattuglia a Marghera, che lo ha costretto su una sedia a rotelle, e Salvatore Barbuto, oggi settantenne. Quest’ultimo, il 5 dicembre 1981, si salvò nell’attentato costato la vita al collega Ciro Capobianco, di soli 21 anni, assassinato alla stazione del Labaro in un conflitto a fuoco con un commando dei Nuclei Armati Rivoluzionari. «Mi sento un miracolato – ha detto Barbuto guardando la foto del collega -, non avevo altre alternative alla morte, mi hanno sparato nove colpi». A salvarlo fu un portachiavi, che porta ancora con sé, che arrestò la corsa di un proiettile sparato all’altezza del cuore. «Io ho dato il sangue, ma non la vita», ha concluso commosso.
15 giugno 2026

