Langendorf e i “fantasmi” di Lawrence e Conrad
Le opere dell’autore di lingua francese non sono semplici romanzi storici: evocando il passato, lo mitizzano e ne fanno una metafora della decadenza contemporanea. Come in “Scende la notte”
Torna dopo anni di assenza nelle librerie italiane Jean-Jacques Langendorf (Ginevra, 1938), eccentrico autore di lingua francese, studioso di pensiero militare, che le Edizioni Settecolori hanno meritoriamente contribuito a rilanciare: prima con Neutrale contro tutti (2007), riferito alla Svizzera, poi con Scende la notte, Dio guarda (2024) ambientato durante la prima guerra mondiale, protagonista il barone Hohberg, a bordo dell’Emden, fra il Mar della Cina e l’Oceano Indiano, incrociatore tedesco capitanato da Karl Friedrich Max von Müller, personaggio realmente esistito che lo scrittore, com’è nel suo uso, ha trasfigurato.
Le principali opere di Langendorf tradotte in Italia, dall’Elogio funebre del generale August-Wilhelm von Ligniz (1980) a Una sfida nel Kurdistan (1982), pubblicate da Adelphi, da La fine di una dinastia (1990) a La contessa Graziani (1993), presentate dall’editore Guida, non sono semplici romanzi storici. Evocando il passato, lo mitizzano e ne fanno una metafora della decadenza contemporanea.
Così accade anche in Scende la notte, nella versione di Daniela De Lorenzo, fra le cui pagine ritroviamo i fantasmi, innominati, del colonnello Lawrence e di Joseph Conrad, da sempre i numi tutelari dell’ispirazione lirico-narrativa di Langendorf, unitamente a quella sorta di età dell’oro che per lui rappresenta l’impero austro-ungarico, il cui tramonto segna una cesura irreversibile che noi ancora oggi a suo parere scontiamo. Il barone Hohberg, mentre segue dal ponte della nave le vicende belliche dell’incrociatore, impegnato a contrapporsi alla flotta britannica nei porti orientali, torna con la mente alla sua vita avventurosa, da Aleppo a Damasco, da Beirut a Hodeisa e Sana’a: la giovanile formazione egiziana, fra cannoni e moschee, in particolare, lo segnò per sempre, al punto tale che perfino quando cavalcava nella steppa europea insieme a suo padre gli capitava di vagheggiare i vecchi precettori greci che gli avevano insegnato i primi rudimenti della cultura classica.
Il libro si configura in modo bifronte: la cronaca marinara si alterna alla memoria bellica, in un continuo cortocircuito fra il racconto degli abbordaggi in cui s’impegna von Müller, che morirà a nemmeno cinquant’anni, vittima della malaria, e gli spaccati autobiografici di Hohberg, fino a che quest’ultimo, tornato nella Berlino sconfitta, in procinto di consegnarsi a Hitler, registra con malcelata sfiducia la fine del mondo che lui aveva amato e conosciuto: «La generazione del ferro e dell’acciaio che si è messa al servizio di macchine colossali che lacerano e triturano. I soldati del vecchio feldmaresciallo erano ancora soldati della terra che sellavano e dissellavano i loro cavalli, li attaccavano alle prolunghe, li portavano all’abbeveratorio, che sapevano affastellare la paglie e il fieno. E quelli che non avevano cavalli, marciavano come veri cacciatori».
8 gennaio 2025

