Le fragilità e i sogni dei giovani al centro del convegno delle diocesi del Lazio

La giornata di studio promossa dalla Commissione ecumenismo e dialogo della Cel. Il ruolo degli adulti e la cura come strumento di approccio privilegiato

La pandemia e le sue ripercussioni, la guerra, il bullismo, la morte di persone care, i primi amori andati male, la perdita di un’amicizia. Sono alcune delle cause che procurano ai giovani «un’incertezza su ciò che il futuro ha in serbo per noi», facendoli percepire come «funamboli» e in balia di «un fiume in piena che trascina i sogni e li porta via con sé». Le voci dei ragazzi e delle ragazze delle scuole e delle parrocchie del Lazio hanno avuto uno spazio e un tempo di ascolto privilegiato ieri, 13 marzo, nel corso del convegno delle diocesi del Lazio su “Giovani generazioni, fragilità, sogni e attese in un tempo segnato dal conflitto e dall’incertezza”. Promosso dalla Commissione Cel per l’ecumenismo e il dialogo con la collaborazione della Commissione per la pastorale scolastica, l’evento ha avuto luogo alla Fraterna Domus di Sacrofano e ha visto la partecipazione di monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri e presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale del Lazio.

Aprendo i lavori, monsignor Marco Gnavi, segretario della stessa Commissione – oltre che responsabile dell’Ufficio della diocesi di Roma -, ha messo in luce l’obiettivo primario della giornata di studio e approfondimento, spiegando che «è nata da una preoccupazione in tempo di guerra e di fratture» per «capire come le comunità si interrogano sui giovani e per i giovani», con la consapevolezza che «anche se non c’è una medicina, la risposta è stare nella relazione con l’altro nella tempesta». Non hanno infatti voluto offrire soluzioni ma condividere indicazioni “di rotta” i rappresentanti delle confessioni cristiane, dell’ebraismo e dell’islam chiamati a un confronto sul tema educativo delle nuove generazioni.

La pastora Mirella Manocchio, della Chiesa evangelica metodista di Roma, ha sottolineato l’importanza di creare «spazi, luoghi e organizzazioni dove i giovani possano confrontarsi, stimolandoli e sollecitandoli a esprimersi» e avendo come strumento di approccio privilegiato «la cura», per renderli «consapevoli che le fragilità, se le si sanno affrontare, non sono soltanto un ostacolo ma anche un’opportunità per compiere un salto in avanti». Anche per il rav Benedetto Carucci Viterbi, direttore della Scuola ebraica di Roma, «la fragilità, che è la condizione costitutiva esistenziale non solo dei giovani ma dell’uomo, è qualcosa di cui prendersi cura e di prezioso». Guardando alle quattro parole e alle radici etimologiche che la Bibbia ebraica usa per parlare della fragilità – scelta, dolore, azione, nascondimento-svelamento -, il rabbino ha poi commentato il brano della Genesi «in cui Esaù e Giacobbe si ritrovano», per mettere in luce come «per avere cura del futuro, e quindi dei più piccoli e dei più fragili, bisogna andare al loro passo, limitando le aspettative di perfezione del mondo adulto».

Dello stesso avviso l’imam della Grande Moschea di Roma El Refaey El Shahat che, ricordando come «nel Corano la maggior parte dei profeti erano di giovane età, creati deboli da Allah che poi ha dato loro la forza», ha definito i giovani «la speranza del futuro», sostenendo che «per questo dobbiamo stare loro vicino e ascoltarli». Ancora, il contributo del parroco ortodosso romeno padre Gheorghe Zavate: «Vedo la bellezza ma anche la difficoltà di lavorare con i giovani – ha detto – e noto che gli adulti sono in crisi nell’educazione perché non sanno bene come muoversi. La mia sfida è quella di rispondere alle domande di senso partendo dalla via “trascendentale”» perché «per stare con i giovani ci vogliono radici spirituali profonde». Infine l’intervento di Rosario Chiarazzo, direttore dell’Ufficio pr la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione cattolica del Vicariato di Roma, che ha osservato come «oggi la scuola è per gli adolescenti il luogo per realizzare parti di sé» e quindi «non è solo il luogo dove si trasmettono conoscenze» ma «l’adulto ha un ruolo: quello di essere guida, ascoltando i giovani e dialogando con loro».

La mattinata di lavori ha visto anche la partecipazione di Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione all’Università degli studi di Padova, che nella sua relazione sulle fragilità giovanili ha evidenziato il ruolo «della memoria, che decide in base alle emozioni e alle informazioni che il cervello limbico dà alla corteccia cerebrale», per cui si attivano due «leggi molto semplici: se mi sento bene e dove sto ricavo soddisfazione, ne chiedo ancora; se mi fa male e subisco giudizio costante scatta l’allerta», che in «personalità vulnerabili si manifesta o con la depressione o con la violenza». Da qui l’importanza per gli adulti, e per gli insegnanti in particolare, di «scegliere di non essere responsabili delle sofferenze altrui», guardando «all’I care di don Milani, che è “avere a cuore” e non solo “prendersi cura”», ha auspicato.

Affidate al vescovo Spreafico le conclusioni. «Ritrovarci insieme a dialogare e confrontarci – ha detto il presule – esprime vicinanza umana e spirituale, che è fondamentale» perché «nei giovani c’è una grande domanda proprio umana e spirituale, una domanda di “qualcosa di Altro” che va ascoltata ascoltando le loro fatiche, le loro speranze e i loro desideri».

14 marzo 2023