L’escalation del razzismo: «I media enfatizzano odio»

Affinati, Ripamonti e Roma: serve l’incontro. L’invito a «uscire dalla logica del “noi” e “loro” per costruire un “noi” comune»». Il ruolo della scuola

Foligno, Melegnano, Catanzaro, Roma. La serpe del razzismo, della xenofobia e della violenza avvelena pericolosamente l’Italia. Episodi come gli insulti sui muri alla famiglia di Melegnano che ha adottato un ragazzo africano, la valanga di offese sui social network per una ragazza di Stradella fidanzata con un nigeriano, a Roma la scritta “Romanista Anna Frank” su un muro nella zona del Circo Massimo (poi rimossa dal Comune). Ancora, l’aggressione al 12enne egiziano da parte dei compagni di classe, i cori razzisti contro il giovane cestista straniero della Mastria Vending Virtus under 18 di Catanzaro, il caso del maestro accusato di aver insultato un bambino di colore a Foligno, solo per citare gli episodi più recenti. Sono sintomo inequivocabile di una escalation di intolleranza nei confronti del “diverso”. A Foligno e Catanzaro, però, è successo qualcosa di inaspettato e che accende un barlume di speranza nel futuro. Nella cittadina umbra i compagni di classe del piccolo isolato dal maestro si sono schierati in sua difesa e a Catanzaro la squadra di basket ha smesso di giocare ed è uscita dal campo per solidarietà al compagno.

Gli adolescenti, per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, indicano «la via del futuro». Insegnano che sul campo da gioco, in classe, in attività ricreative si annulla la differenza del colore della pelle «per lasciare spazio all’arricchimento derivante dalla diversità reciproca». Ma le cronache recenti sono tristemente ricche di episodi di «innegabile razzismo, in certi casi clamoroso, altre volte a stento trattenuto, ma sempre episodi gravi e preoccupanti», afferma Eraldo Affinati, insegnante e scrittore romano, fondatore, con la moglie Anna Luce Lenzi, della scuola di lingua per stranieri “Penny Wirton”. Sottolineando che il vento dell’intolleranza nei confronti del “diverso” soffia in molte società, Affinati rimarca che «sarebbe difficile negare il nesso fra i movimenti migratori avvenuti negli ultimi anni in Italia e questa progressione sempre più violenta». Il sociologo Giuseppe Roma, già direttore generale del Censis e attuale segretario generale della Rete urbana delle rappresentanze, parla di un «clima verbalmente violento» che si è scatenato nei confronti degli stranieri e che si sta trasformando «in una logica amico-nemico. Se sei straniero sei comunque un nemico».

Una recrudescenza del razzismo che padre Camillo imputa a diversi fattori come «la paura che alberga nel cuore dell’uomo quando incontra qualcuno di diverso, che rischia di enfatizzarsi e trasformarsi in rifiuto». Altro fattore è però rappresentato dalla «strumentalizzazione del fenomeno migratorio» utilizzato dalla classe politica come uno strumento per «soffiare sul fuoco della paura e che ha spostato gli assi elettorali nel nostro continente». L’arrivo degli immigrati ha scatenato nella gente quella che Affinati definisce «una reazione isterica causata dall’insicurezza e dall’ignoranza. Se non siamo sicuri dei valori morali e spirituali che ci guidano, abbiamo bisogno di creare un nemico sul quale scaricare le nostre frustrazioni». Per Roma si tratta di «un problema psichico» che si riversa su qualsiasi diversità alla quale viene attribuito un valore negativo. «Basti pensare che ci sono azioni razziste contro gli ebrei – afferma -. Come è possibile che in una città come Roma ancora oggi si rubino “pietre di inciampo”?».

C’è un’ostilità che i migranti avvertono e che riportano con preoccupazione, spiega padre Camillo. «Nell’ultimo anno – dice – è aumentata l’inquietudine, non solo per il fatto di essere additati ma per la precarietà delle loro vite, che fa crescere la loro ansia». Nell’epoca dei social network è poi consentito «lanciare il sasso e nascondere la mano – aggiunge Affinati -. Se commetti un danno, puoi illuderti di non pagare il prezzo del risarcimento. I media non sempre sanno contrapporsi a questa spirale di odio e troppo spesso si limitano a rappresentarla enfatizzandola». Per Roma, se la comunicazione da un lato porta il vantaggio di essere informati su quanto accade nel mondo, dall’altra, in una società in cui impera la solitudine, «le notizie che arrivano attraverso i media generano ansia». I social media, difficili da controllare, hanno inoltre «aiutato a veicolare un discorso di odio – spiega Ripamonti -. Questo enfatizza atteggiamenti che erano più o meno latenti».

L’unica via percorribile per uscire da questa spirale d’odio è l’incontro. Fondamentale proporre occasioni di conoscenza «coinvolgendo specialmente i giovani – sottolinea Affinati -. Così si superano gli stereotipi. Bisogna avere fiducia, nonostante tutto, nella qualità della relazione umana». Gli fa eco padre Camillo, secondo il quale «la paura si vince conoscendosi, incontrandosi nel quotidiano. Bisogna uscire dalla logica del “noi” e “loro” per costruire un “noi” comune». Il sacerdote aggiunge che è necessario lavorare «per preparare i territori all’accoglienza perché solo se la comunità è preparata può costruire qualcosa insieme». Incrementare le relazioni è fondamentale anche per Roma, secondo il quale bisogna fare in modo «di essere un Paese che dialoghi guardandosi in faccia». Inoltre la scuola gioca un ruolo determinante. Affinati si dice convinto che oggi «i docenti abbiano una responsabilità superiore rispetto al passato ma da soli non possono farcela. Avrebbero bisogno del sostegno delle famiglie e di tutti noi».

4 marzo 2019