La rassicurazione arriva dal premier Giuseppe Conte, dopo gli attacchi politici dei giorni scorsi all’informazione: «Questo governo è per la libertà di stampa. Non dovete assolutamente temere, non sarà mai posto in discussione un passaggio fondamentale, un principio fondamentale non solo nel nostro sistema democratico ma di qualsiasi sistema democratico». Il presidente del Consiglio dei ministri parla a margine della conferenza stampa con cui si è conclusa ieri, 13 novembre, a Palermo la Conferenza per la Libia. E, rivolto ai giornalisti, aggiunge: «Come voi molto spesso attaccate violentemente, delle volte può capitare che veniate attaccati altrettanto violentemente con qualche manifestazione lessicale che si può giudicare eccessiva. Ci sta, però, il principio fondamentale della libertà di stampa non è, non è mai stato e non verrà messo in discussione».

Il riferimento sottinteso di Conte è a quegli attacchi del Movimento Cinque Stelle alla libertà di stampa arrivati sabato 10 novembre, all’indomani dell’assoluzione del sindaco di Roma Capitale Virginia Raggi dalle accuse di di falso in relazione alla nomina di Renato Marra alla direzione Turismo del Campidoglio. Attacchi che hanno un nome e un cognome. Anzi, due: Luigi Di Maio – di professione ministro del Lavoro e vice premier, oltre che capo politico del Movimento – e Alessandro Di Battista, astro del Movimento Cinque Stelle, attualmente lontano dall’Italia – in America Latina – ma non dalla sua politica né, a quanto pare, dalla sua stampa.

«Infimi sciacalli» l’epiteto riservato da Di Maio ai giornalisti che «ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi», per poi prendersela con «la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente». Ben peggiore l’affondo di Di Battista, che per l’occasione ha “coniato” la definizione di «pennivendoli – puttane». Contro queste affermazioni sopra le righe, ieri, 13 novembre, sono scesi in piazza migliaia di cronisti in tutta Italia, per il flash mob promosso dalla Federazione nazionale della stampa italiana: #GiuLeManidallInformazione, a cui ha aderito anche l’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana).

Nello stesso giorno, un post sul Blog delle Stelle indicava la “top five” dei giornali che avrebbero un conflitto di interesse, mentre Di Battista, sempre dalla sua pagina Facebook, forniva un elenco dei giornalisti – pochi, pochissimi – «dalla schiena dritta». Deciso il contrattacco di Di Maio: «Quando ci vuole, ci vuole. Nessun passo indietro», le parole pronunciate a La7 durante Non è l’Arena condotta da Massimo Giletti. E ancora: «Troppi giornalisti peccano di disonestà». Parole – e toni – lontani da quelli usati da lunedì dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per ribadire, in un incontro al Quirinale con i ragazzi delle scuole, il «grande valore della libertà di stampa». Anche il presidente della Camera Roberto Fico, in risposta a una domanda sulle polemiche di questi giorni, ha ricordato che nella Costituzione «la libertà di stampa è tutelata e sarà tutelata fino alla fine». Aggiungendo però che, a suo avviso, «negli ultimi 30 anni è mancata una cultura generale dell’indipendenza», un tema «che va affrontato perché la stampa influenza la politica e i politici influenzano i giornalisti».

In campo anche l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (Agcom), secondo cui «ogni attacco agli organi di stampa rischia di ledere il principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero, che è alla base del pluralismo dell’informazione e del diritto di cronaca e di critica». In una nota, dall’Agcom si sottlinea «l’esigenza di un’informazione libera, pluralista, rispettosa della dignità delle persone, del ruolo delle forze politiche e dell’autonomia professionale dei giornalisti».

14 novembre 2018