L’insopprimibile vocazione di Singer
Raccolti in un unico volume, “Alla corte di mio padre”, i racconti inizialmente usciti sul “Forvest”, quotidiano yiddish di New York. L’esperienza del tribunale rabbinico e la conoscenza degli uomini
Il Bet Din era un tribunale rabbinico, antica istituzione ebraica, deputato a dirimere i contrasti nati nelle comunità locali: le parti contrapposte, dopo aver illustrato le loro ragioni, venivano chiamate dal giudice a toccare un fazzoletto sacro in segno di accettazione della sentenza. Scrive Isaac Bashevis Singer nella prefazione al suo libro, Alla corte di mio padre (Adelphi, traduzione di Silvia Pareschi), pubblicato per la prima volta nel 1956 riunendo tutti insieme i racconti inizialmente usciti sul “Forvest”, famoso quotidiano yiddish di New York, che questo organismo giuridico rappresentava «una specie di connubio tra tribunale, sinagoga, casa di studio e, se vogliamo, lettino dello psicanalista, dove chi aveva l’animo turbato poteva venire a sfogarsi».
Essere figlio del rabbino di via Krochmalna numero 10, nella Varsavia dei primi decenni del Novecento, significò per il futuro grande scrittore – che in seguito sarebbe emigrato negli Stati Uniti al seguito del fratello maggiore – un’imperdibile preziosa occasione di conoscenza dei vizi e delle virtù degli individui. Il bambino, origliando alla porta del genitore, assorbiva
come una spugna miserie e nobiltà, nell’intrico delle ragioni e dei torti: coppie che vogliono divorziare, fidanzati in crisi, eruditi e ignoranti, santi e lestofanti, suicidi, dispense, segreti, promesse, tradimenti, questioni teologiche, testamenti, miracoli, confessioni, malattie, morti, gelosie, litigi, amori e invidie, cause vinte e perse, fedi smarrite e ritrovate: «Com’era vasto il mondo, e com’era ricco di varia umanità e strani accadimenti! E com’era alto il cielo sopra i tetti! E com’era profonda la terra sotto le pietre del selciato. E perché uomini e donne si amavano? E dov’era Dio, di cui si parlava sempre in casa nostra? Ero meravigliato, felice, estasiato. Sentivo di dover risolvere da solo quell’enigma, con la mia intelligenza ».
Il trasloco dell’intera famiglia nello stabile adiacente nella stessa via scandisce il ritmo della narrazione: «Il numero 12 era come una città. Aveva tre cortili enormi. L’ingresso buio odorava di pane, panini e bagel appena sfornati, di semi di cumino e fumo». Isaac cresce con gli occhi sgranati lasciandosi attraversare dalle passioni degli uomini, pronto a restituirle senza sapere che di lì a poco tutto quel mondo sarebbe stato spazzato via dalla ferocia nazista e molte di quelle persone, fra cui lui, sarebbero state costrette a fuggire in America, evitando di essere sterminate a Treblinka e Auschwitz. L’ultimo racconto s’intitola infatti I venti del cambiamento ed è uno dei più belli nella nostalgica rievocazione di un’insopprimibile vocazione letteraria. Dopo aver scoperto le opere di Spinoza, il ragazzo non sa trattenere l’entusiasmo: «Ero esaltato; tutto mi sembrava buono. Non c’era differenza fra il cielo e la terra, fra la stella più lontana e i miei capelli rossi».
28 maggio 2025

