L’oratorio, “palestra” di relazioni autentiche

Aperto con un incontro di formazione per gli animatori l’anno pastorale del Cor. Don Magnotta, direttore del Servizio diocesano per la pastorale giovanile: «Occorre un’alleanza umile per dialogare con le realtà del territorio»

L’oratorio non può essere solo raccontato ma deve essere vissuto: vera «casa della gioia», offre la possibilità di costruire relazioni, legami, espressione di una comunità educante dove i diversi percorsi per bambini e ragazzi e pastorale giovanile devono imparare a tessere una alleanza umile. Questi sono solo alcuni dei moltissimi spunti emersi nel corso del Seminario di pastorale oratoriana organizzato dal Centro oratori romani sabato 27 settembre. Il tema: “Rigenerati: in oratorio: la gioia è di casa”. Davanti a tanti giovani animatori che affollavano la sede sociale dell’associazione romana fondata dal Servo di Dio Arnaldo Canepa quasi 70 anni fa, si sono alternati al tavolo dei relatori don Antonio Magnotta, nuovo direttore del Servizio diocesano per la pastorale giovanile, don Michele Falabretti, suo omologo alla Cei, e suor Caterina Cangià, docente alla Pontificia Università Salesiana ed esperta di comunicazione sociale.

Don Magnotta ha subito chiesto una «alleanza umile» fra pastorale giovanile e oratorio, sottolineando di essere interessato a girare la diocesi insieme a chi possa proporre un progetto incarnato nella vita delle comunità in una città come Roma che vede una scarsa presenza di giovani oltre i 18 anni nelle parrocchie. «È necessario allearci per dialogare con le realtà nelle prefetture, utilizzando piccole iniziative locali condivise con chi opera sul territorio. L’umiltà è necessaria per accompagnare i più piccoli “rigenerando” la loro vita, ma anche sapendo che loro stessi ci evangelizzano». L’oratorio deve diventare un «gioco di comunità», ha aggiunto don Falabretti, perché «è sempre più chiaro come esso non possa rimanere staccato dal resto della realtà, dalla famiglia, dalle altre istituzioni educative. È necessario che l’oratorio si apra per insegnare ai ragazzi ad aprirsi al mondo, dato che rappresenta uno strumento potentissimo nelle relazioni, nello sperimentare insieme esperienze intelligenti e per mostrare ai giovani anche quello che non è facile cogliere».

Suor Caterina Cangià, dopo aver presentato la situazione sociale in cui si muovono i ragazzi che abitano i nostri oratori, ha concentrato la sua attenzione sulla capacità dell’oratorio di essere «veicolo di proposte e valori che si “respirano” con figure educative che vivono una vera e propria maternità e paternità nella gratuità di una dedizione incondizionata all’altro». La grande realtà digitale in cui i nostri giovani sono immersi allora «può essere condotta a salire verso la Parola – ha sottolineato -, verso l’incontro con il Signore, per poi scendere nuovamente verso la vita quotidiana rigenerandola, portando le giovani generazioni a essere luce nel mondo. È necessario abitare il mondo dei ragazzi, vivere una vicinanza, una prossimità che diventi un vero prendersi cura di loro, anche all’interno dei social, delle esperienze teatrali e di quelle extra-scolastiche. I migliori educatori dei ragazzi sono i loro stessi coetanei che possono diventare “lievito” per far crescere l’intera comunità».

Per informazioni su attività e proposte del Cor per la formazione: www.centrooratoriromani.org.

29 settembre 2014