Mafia Capitale, Roma si costituisce parte civile

L’atto firmato dal commissario Tronca: lesa la possibilità, per il Comune, «di esprimere la sua forza culturale, di coesione, di legalità»

L’atto firmato dal commissario Francesco Paolo Tronca: lesa la possibilità, per il Comune, «di esprimere la sua forza culturale, di coesione, di legalità»

Depositato questa mattina, giovedì 5 novembre, nel corso della prima udienza del procedimento con rito immediato contro 46 imputati finiti davanti ai giudici della decima sezione penale di Piazzale Clodio, l’atto firmato dal commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca con il quale il Comune di Roma si costituisce parte civile nel maxi processo su Mafia Capitale. Per i legali del Campidoglio Enrico Maggiore e Rodolfo Mura infatti l’«offesa» non è solo quella arrecata all’ordine pubblico ma «alla stessa possibilità per la società di dispiegarsi serenamente e per il Comune di esprimere la sua forza culturale, di coesione, di legalità: in sintesi, la sua funzione».

Il risultato, per gli avvocati che hanno redatto il primo atto ufficiale di Tronca alla guida pro-tempore del Campidoglio, è «il totale scardinamento del sistema, e la creazione di un “apparato” parallelo e alternativo a quello legittimamente costituito». L’uno esclude l’altro. Nessun dubbio quindi sulla legittimità del Comune nel costituirsi parte civile, «sia per il danno subito quale ente, sia in rappresentanza del danno subito dalla cittadinanza di riferimento e di cui si ritiene legittimo portavoce l’ente locale».

Per i legali del Campidoglio «Mafia Capitale risulta aver mutuato dalla Banda della Magliana alcune delle sue principali caratteristiche organizzative», si legge in un passaggio dell’atto costitutivo. «Qualunque sia il rapporto di derivazione con la Banda della Magliana – prosegue l’atto – ha assunto una fisionomia del tutto originale, raggiungendo uno stadio di evoluzione avanzato, nel quale il ricorso alla violenza e ai reati tipici delle organizzazioni mafiose è ridotto al minimo indispensabile, e il core business dell’associazione è rappresentato dagli affari e dagli appalti pubblici». Un’organizzazione criminale, quella di Mafia Capitale, «tanto pericolosa quanto poliedrica che, per dirla con le parole di uno degli imputati, opera in un “mondo di mezzo”, un luogo dove, per effetto della potenza e della fama di Mafia Capitale, si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi».

Nell’aula bunker di Rebibbia, l’unica attrezzata per le videoconferenze, dove si svolgerà il processo, con una media di tre o quattro udienze a settimana, ottanta testate giornalistiche, trenta telecamere accese, un centinaio di cronisti accreditati. Collegati in videoconferenza per motivi di sicurezza alcuni degli imputati chiave del procedimento: Massimo Carminati, rinchiuso nel carcere di Parma e sottoposto al regime del 41 bis, Salvatore Buzzi, presidente della cooperativa “29 giugno”, detenuto a Tolmezzo, Riccardo  Brugia, braccio destro di Carminati, e Fabrizio Testa, che avrebbe avuto all’interno di Mafia Capitale il compito di «infiltrazione della pubblica amministrazione» e di «cerniera tra il settore imprenditoriale, che opera essenzialmente nella direzione pubblica, e quello politico, che esprime i decisori pubblici», come si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Flavia Costantini .

5 novembre 2015